L’autrice è donna, le otto protagoniste sono donne e per due atti si parla solo di donne. Al Rossetti è andata in scena la fortunata pièce al femminile di Cristina Comencini.

Dei testi al femminile si diffida sempre. È difficile oggi, molto più che nell’epoca della nascita del femminismo, parlare della donna. Il rischio di cadere nel retorico o banale, di portare avanti discorsi vittimizzanti o patetici, è alto.femminile

Ma la Comencini è abile a evitare tutte le possibili cadute di sceneggiatura, e ci presenta un testo intelligente senza essere presuntuoso, argomentativo senza essere pedante.

Il risultato è raggiunto mettendo in atto un’operazione di confronto generazionale, lasciando che il ruolo della donna oggi emerga spontaneamente dal contrasto con quella che era la donna quarant’anni fa.

Due generazioni a confronto, madre e figlie, che senza mai incontrarsi sul palco dialogano attraverso i due atti.

La partita del giovedì

Nel primo, ambientato negli anni sessanta, quattro donne si ritrovano intorno a un tavolo per giocare la loro partita a carte del giovedì. Nella stanza accanto le loro figlie giocano ad essere loro. Per le quattro donne questo è l’unico momento nella settimana in cui riescono a evadere dalle mura domestiche per confrontarsi e parlare dei propri problemi.

Nessuna di loro lavora, nessuna di loro sempre avere altra occupazione oltre la cura della casa, del marito e dei figli. Nelle loro solitudini, rimpianti e frustrazioni si legge la sofferenza di un’umanità tutta costretta nella vita familiare, senza altra valvola di sfogo se non le partite del giovedì.  In scena quattro personaggi molto diversi, declinazione della femminilità nella sua interezza.

Scelte estreme

Il secondo atto è dedicato alle figlie, e a distanza di trent’anni, si apre con un lutto: una delle madri si è tolta la vita. Le quattro giovani donne si ritrovano adesso in un salotto molto diverso da quello dello loro madri a discutere cosa abbia potuto spingere qualcuno a compiere un gesto simile.

Ma i problemi degli anni sessanta sono tutti diversi, e in un certo paradossale senso, sono sempre gli stessi.

La vita familiare delle nostre donne moderne è vissuta di fretta, a volte completamente rifiutata o abbandonata, in favore di una vita professionale che si fa sempre più pressante. Il ruolo di moglie non è più quello della cura dell’altro, è quello del cammino condiviso.

Il rapporto con l’uomo si appiana, si fa più paritario, ma anche per questo più complesso. La solitudine che ha ucciso la madre- l’idea che un marito e una figlia sarebbero potute essere tutta la sua vita- non esiste più, rimpiazzata però dall’ansia di doversi sdoppiare tra la vita professionale e quella familiare, in una società che chiede alla donna di essere lavoratrice  a tempo pieno e madre a tempo pieno.

Senza via d’uscita

Fortunatamente nel testo non si tenta di spiegare in modo completo il ruolo della donna nella nostra società, né si cerca di assegnargliene uno. Si pone piuttosto la domanda, che è grande, rischierebbe una risposta pretenziosa. Ciò che resta è leitmotiv, la battuta ricorrente delle nostre protagoniste

non se ne esce

a sottolineare la complessità del problema.

La produzione è pulita. La regia semplice ma efficace. Il testo, anche se argomentativo, non manca di cuore ed è capace di trasmettere un po’ di emotività. Le interpretazioni sono convincenti, anche sicuramente più azzeccate nel secondo atto rispetto al primo, dove i personaggi- forse a causa dell’ambientazione temporale- risultano più  plastici, soggetti a un’interpretazione caricaturale.

E in definitiva, se il primo atto incuriosisce e convince in parte, il secondo lascia piacevolmente soddisfatti.

Foto
Fabio Lovino