Con le dovute differenze si potrebbe dire che il Salone del Mobile è per Milano quello che, più o meno, il Giubileo rappresenta per Roma.

La punta di diamante tra gli eventi internazionali del settore arredo, il più rinomato, il più ambito, l’evento che riempie la città di fermento e persone provenienti da ogni parte del mondo, trasformando Milano in una splendente città cosmopolita piena di energia e creatività.

Il Salone nasce negli anni ’60, tracciando un percorso che ben presto lo porta a diventare riferimento mondiale per gli operatori del settore, scattando al contempo in un panorama internazionale una fotografia delle tendenze che caratterizzano quello che può essere descritto come uno dei prodotti nazionali più apprezzati: il design italiano.

Stupisce, e non poco, che questo evento giunto alla 56esima edizione e dalle dimensioni davvero gigantesche (circa 200.000mq di superficie espositiva in Fiera, con 343.602 presenze per questa edizione) sia concepito nella mancanza delle più elementari informazioni per i visitatori.

Non esiste una mappa dettagliata degli espositori o quantomeno una più approfondita descrizione delle tematiche espositive: tutto è affidato a un semplicistico differenziare in –CLASSICO- nel suo padiglione adiacente –EXTRA LUSSO– ed infine un omnicomprensivo –DESIGN- formato da ben 3 padiglioni, di cui due in un edificio a doppio piano.

Chi fosse stato interessato a una specifica esposizione, avrebbe dovuto acquistare il catalogo dettagliato in vendita all’interno del Salone…altrimenti scarpe comode e immensa forza di volontà, oltre a una più che adeguata preparazione sportiva per non dover lasciare la Fiera col dubbio di aver perso qualche stand interessante.

Una visita completa si aggira sulla media di circa 22.200mq/h per chi non volesse lasciare fuori nemmeno uno spillo o fermarsi nemmeno per uno spuntino o un caffè tra le 9:30 e le 18:30, orario di apertura al pubblico.

La stessa cura del dettaglio si notava nella fermata e nei vagoni della metropolitana Fiera-Rho: nulla che indicasse a uno sprovveduto visitatore lo stop cui scendere. Eppure è Milano e non una piccola cittadina di provincia.
Guide speciali erano distribuite gratuitamente da Salone e FuorisaloneArchiproducts (che Qualcuno li abbia in gloria!) e da Architonic (idem!) che hanno salvato la maggioranza dei presenti.

Nel percorso sarebbe stato più opportuno visitare per primi i due bellissimi padiglioni della biennale Euroluce, dove poter apprezzare la poesia di alcuni tra i più suggestivi allestimenti di tutto il Salone, come le sculture emozionali di ombre e luce realizzate da Arturo Alvarez o gli spazi di Vesoi e Vibia .

Nella sezione DESIGN bisognava impegnarsi a superare velocemente i troppi prodotti fuori tema per poi giungere al design ispirato al Nord Europa che è ormai garanzia di qualità formale e materica più di quello nazionale.

Salone e FuorisaloneTratti originali ed eleganti lasciano intuire uno studio preciso dell’abitare e delle nuove istanze del vivere contemporaneo, in spazi sempre più ristretti, come Zeitraum , le italiane Clei e Arper , cui erano affiancati gli spazi bellissimi di un’istituzione come Thonet  con le sue celebri sedute esposte come capi di haute couture su una passerella cronologica.
Peccato per l’accesso su invito di parte degli spazi Poliform e Arflex: non ci si aspetta di essere esclusi.

Il Fuorisalone ha, invece, strutturato un ampio servizio di informazioni per i visitatori: piccoli opuscoli e mappe della città distribuite dalla rivista Interni identificavano, per quartiere, eventi e allestimenti in giro per le strade.

Utilissime le dettagliate mini-guide “distrettuali” distribuite dal gruppo Fuorisalmone ma un po’ fuori luogo il fatto che la maggior parte dei percorsi fossero inaccessibili alle persone con difficoltà di movimento.

Tra tutti, in zona Tortona, da segnalare un poetico allestimento presso lo spazio PH14, di Renzo Serafini Luce mentre una certa delusione lasciava lo spazio Base che anima l’ex Ansaldo: la loro proposta, davvero interessante, di una mostra sul design nomade avrebbe meritato un progetto più strutturato e vasto, mentre perdeva il filo conduttore nella condivisione degli spazi con produzioni estranee alla tematica, rarefacendosi nel vuoto degli immensi spazi espositivi dell’edificio.

Salone e FuorisaloneIl cosiddetto Ventura-Lambrate, che condivide con Tortona una certa risonanza, non è sembrato affatto essere all’altezza delle aspettative soprattutto perché impossibile da visitare in certi orari della giornata (forzati, per i visitatori che non possono godere dell’intera Settimana del Design): ogni singolo spazio chiude gli accessi al calar del sole, lasciando la zona preda della caciara giovanile di un superfluo Festival dello Street Food. A Milano. Durante la Design Week. Nel fine settimana.

Elegantissima Brera con la sua via Solferino che ospita, su tutti, gli splendidi Boffi e Dimore Gallery, oltre che un percorso all’interno dell’Accademia delle Belle Arti e dell’Orto Botanico adiacente.

L’incontro migliore è avvenuto nel quartiere Isola, presso il famoso locale Frida che ospitava la mostra Obstacles & Solutions organizzata dal collettivo Source che nella sua semplicità, in uno spazio davvero ristretto, ha dato forse l’unico vero sensato segnale culturale: svelare l’indissolubile legame che intercorre tra un oggetto, i suoi creatori, il suo possessore, fotografando tutta l’umanità ed il lavoro necessari per dare vita a qualcosa. Due tavoli commoventi, ostinati, una descrizione del processo che ha accompagnato la nascita degli oggetti autoprodotti esposti, svelandone il difficile lavoro di realizzazione a 4 mani con l’artigiano.

Sembra, in chiusura, che il Salone ed il Fuorisalone abbiano lasciato a molti visitatori un generico senso di straniamento e di surrealtà: l’eccessivo esercizio intellettuale ha confinato in un angolo la qualità delle soluzioni e l’importanza delle tematiche messe in gioco, come se lo scopo fosse quello di spettacolarizzare l’effimero più che la sostanza.

Quello che il design italiano sembra aver lasciato indietro, perdendosi spesso in un’autocelebrazione noiosa e sterile, è la sua identità stessa: il suo radicamento con il territorio e la cultura materiale locale, la stretta collaborazione tra designer e azienda produttrice, circoscritta inizialmente ad un livello artigianale che poi fiorisce sul mercato diventando il prodotto di successo made in Italy apprezzato per la sua qualità, la sua bellezza e soprattutto per la magica, esatta corrispondenza di forma, necessità, materiale, poiché non ha senso mantenere un concept isolato dalla sua proiezione nella quotidianità.

“Il design è uno stato a sé. E Milano è la sua capitale”

Ma speriamo che se lo ricordi, la prossima volta.