Aida alle Terme di Caracalla è un classico che non muore mai. Infatti quest’anno il successo di pubblico si è palesato persino nel gran numero dei post sui social che riportavano le curiose scenografie di Krief con lo sfondo meraviglioso dei resti di epoca imperiale, memori di altrettanti storici allestimenti fin dal 1938.

Nonostante alcune perplessità sulla regia e, come sempre, sull’amplificazione, lo spettacolo che il Teatro dell’Opera ha presentato in occasione dell’apertura della stagione estiva ha molti, moltissimi pregi: primo fra tutti la direzione di Jordi Bernàcer. Il giovane direttore spagnolo dimostra ancora una volta la sua capacità di leggere la partitura optando per scelte personali, originali e creative. Resta oggi più che mai degna di nota la sua dote di saper “ascoltare” gli interpreti e costruire il suono orchestrale attorno alle loro caratteristiche, rispettando la scrittura del compositore in termini di timbro e volume. Così la dolcezza carezzevole degli archi culla le levigate melodie lunari di Aida mentre lo squillo maschio e solare delle trombe si adegua agli slanci eroici di Radames, ma persino le danze e i ballabili brillano di una lucentezza argentea e seducente, complici le briose coreografie di Giorgio Mancini.

Lo spettacolo interamente ideato da Denis Krief ha, invece, pregi e difetti. Il conto non crea pareggio, ma pende lievemente sul fronte dei difetti, anche per un fastidioso ed errato utilizzo del supporto luminoso che invece di dare corpo alle suggestioni sceniche, tiene costantemente in buio i solisti: il terzetto iniziale è emblematico a causa delle difficoltose luci di taglio.

I costumi sono molto semplici, adatti ad Aida come a Lakmé, mentre le scene risultano il punto più discutibile. Non si può dire che siano del tutto inadatte, infatti i praticabili pseudoegizi-futuristi risultano a tratti affascinanti, ma la parte posteriore di ognuno di essi nasconde o un improbabile palco ottocentesco o una scala in stile “Stargate”: trovate che hanno messo a dura prova la tradizionale passione per le piramidi in cartapesta di una buona parte del pubblico. L’unica struttura piramidale che si intravede per tutto lo spettacolo, al cui interno si conclude l’opera, si rivela infine una soffitta in legno invece dell’atteso sepolcro di pietra. L’utilizzo della pedana/cubo scenico con i fondalini ottocenteschi moltiplica inoltre le perplessità: di cosa si tratta? Di una stilizzazione dell’azione teatrale? Di una citazione nella citazione? Di una proposta di teatro nel teatro?

Aida alle Terme di Caracalla di Roma

I solisti in questo sconfinato spazio, ormai privi del tradizionale atteggiamento statico e statuario, rischiano troppo spesso di perdersi fra le contrastanti idee registiche: è questo forse il pericolo che corre l’attuale teatro d’opera.

Il III e il IV atto di questo allestimento trovano, però, un equilibrio migliore, anche perché i  numeri musicali risultano più intimi e la scenografia riesce a trasformarsi in una cornice per la raffinata musica verdiana. Il finale, nella sua semplicità, si rivela luminoso e mistico.

Il cast, poi, è all’altezza del compito richiesto dal compositore, con alcuni apici di eccellenza sul versante del lirismo per i due amanti infelici. Sul piano timbrico quasi tutti risultano adatti al personaggio interpretato, anche se una menzione speciale va alla suggestiva vocalità della Sacerdotessa di Rafaela Albuquerque, meritevole frutto del progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma.

Vittoria Yeo tratteggia un’Aida eccezionalmente delicata, i cui punti di forza sono le splendide frasi in piano e pianissimo del III e IV atto, su tutti davvero di notevole pregio i duetti con il padre e con Radames, oltre all’aria “Oh Patria mia”. Non solo sfoggia una voce lunare, cui si adattano di più le lunghe frasi legate rispetto ai passaggi più aggressivi, ma è credibilissima anche negli atteggiamenti scenici, mai di maniera, sebbene la regia le imponga alcune posizioni “fuori luce” o drammaturgicamente limitanti. L’invocazione ai numi commuove per la sincera arrendevolezza espressa attraverso un suono puro e ben proiettato. Accanto a lei spicca un Radamès dalla voce rotonda, brunita e dal buon fraseggio incarnato dal tenore coreano Alfred Kim che smorza molti passaggi, ma non il famigerato finale della prima romanza (comunque ben condotta). Oltre al lirismo egli sa far troneggiare il suo bel timbro anche nei momenti più accesi, come nel finale del III atto. Il Re di Gabriele Sagona è corretto senza entusiasmi, forse a causa della regia che lo mantiene costantemente al buio, persino nella sena del trionfo. Mentre l’Amneris di Judit Kutasi merita qualche considerazione in più. Il timbro è piacevole, vibrante e caldo quanto basta nel centro, poco ardito nel registro di petto è invece infuocato in quello acuto. Sebbene il ruolo sia assolutamente confacente a quello che oggi l’estetica vuole da Amneris, la Kutasi appare al suo meglio soprattutto nella scena del giudizio. Anche Marco Caria, nelle vesti di Amonasro, si fa valere più per il timbro e il vigore musicale e meno per le doti d’attore, forse anche a causa di alcune indicazioni registiche. Infine, mentre il Ramfis di Adrian Sâmpetrean non riesce a dimostrare pienamente l’idea musicale che Verdi aveva del temibile Sacerdote, il messaggero di Domingo Pellicola è quanto di meglio ci si possa aspettare oggi in questo ruolo.

Molto bene fa il coro, ridetto da Roberto Gabbiani, ma assai meglio l’orchestra che però, anche quest’anno, è vittima di una amplificazione impropria.

Nonostante tutto, viva Verdi!

Aida

Musica di Giuseppe Verdi

Opera in quattro atti

Libretto di Antonio Ghislanzoni

 

direttore

Jordi Bernàcer

Regia, scene, costumi e luci

Denis Krief

 

Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Coreografia Giorgio Mancini

 

Il Re Gabriele Sagona

Amneris Judit Kutasi

Aida Vittoria Yeo

Radamès Alfred Kim

Amonasro Marco Caria

Ramfis Adrian Sâmpetrean

Un messaggero Domingo Pellicola*

La Gran Sacerdotessa Rafaela Albuquerque*

 

* dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

 

ORCHESTRA CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA

Nuovo allestimento

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Chi sono
Appassionato di musica e teatro da sempre tanto da laurearsi sia nell’una che nell’altra disciplina, ha però affiancato agli studi musicali e sulla vocalità esperienze di lavoro in diversi ambiti: editoria, scuola, conservazione e catalogazione, management, comunicazione, organizzazione eventi, istituti finanziari, no-profit. Ancora non sa quale sarà il suo futuro, ma ama lo yoga, i viaggi e la buona cucina.
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