Il 14, 15 e 16 febbraio 2020 è in scena alla Sala Strasberg del Teatro Tordinona di Roma Amor per me, scritto e diretto da Luca Milesi, con Luca Milesi, Maria Concetta Liotta e Domizia D’Amico. Abbiamo incontrato l’autore e regista che ci ha dato qualche anticipazione.

È reduce da poco dagli applausi della sua trilogia. Qual è il bilancio?

Quello positivo di un inevitabile giro di boa dopo vent’anni di teatro come attore. Quando ho iniziato, nel 1999, vedevo i drammaturghi al pari dei maghi. Riuscire nella costruzione di un dialogo per me era qualcosa di incredibile, ogni tanto per gioco provavo a farlo e mi accorgevo di essere tornato balbuziente, seppur nella penna.

Col passare del tempo invece qualcosa è cambiato. Evidentemente il lento posarsi dentro di noi dei ricordi di ciò che abbiamo vissuto sulla scena tende a creare una sorta di distilleria segreta dove vanno a fermentare le sensazioni provate sul palcoscenico, per trasformarsi lentamente in qualcosa che un domani dovrà per forza venire allo scoperto. Questa riserva emotiva, chiamiamola così, in prima battuta si manifesta nella volontà di farti regista delle opere nelle quali vorresti ritagliarti una parte da attore, dando loro un taglio preciso, una evidente personalizzazione seppur nel più totale rispetto del testo. Poi un giorno ti accorgi che invece dentro di te c’è qualcosa che ormai preme per uscire in maniera più diretta e che è in grado quasi di muovere da solo la tua penna. La penna, sì. Io scrivo ancora con lei.

Cosa le ha lasciato questa esperienza drammaturgica?

La sensazione chiara di dover sempre avere un profondo rispetto per chi sceglie di seguirti, di ascoltare le tue storie. Non importa se loro, le avventure che racconti, siano le tue in pieno o quasi. Ciò che conta veramente è che tu sia in grado di accendere un fuoco a metà fra palco e platea che consacri una cerimonia della memoria, che scaldi il cuore e la mente dello spettatore e faccia si che il tesoro dei tuoi ricordi diventi spontaneamente il suo, affinché lui ci si riconosca.

Ora è pronto per un nuovo lavoro. Per nuove emozioni. Ma quali sono quelle che si augura di scatenare nel suo pubblico? 

Se per prima cosa vedessi loro fare gli scongiuri durante l’inizio del nuovo spettacolo, beh… penserei “Ho vinto!”. Riuscire in poche battute ad intenderci subito su dove siamo e su cosa siamo è una grande vittoria. E poi la seconda e più importante scommessa, quella di non perderli. E’ difficile.

Malgrado nei decenni dopo la seconda guerra mondiale, grazie all’Assurdo, il teatro abbia avuto una sua importante evoluzione che ha abituato gli spettatori ai nuovi linguaggi simbolici, ancora oggi e soprattutto in Italia una buona parte del pubblico sceglie di assistere a commedie lineari e razionali nella successione degli eventi e nel dispiegarsi delle loro logiche. Qui, nel caso di “Amor per me”, siamo invece nell’altro mondo, quello della vita oltre la vita per intenderci: un “altro” mondo ovviamente immaginato da uno che conosce solo “questo”, ma dipinto secondo un stile che mi permetto di definire onirico. I sogni sono essenzialmente alimentati dai ricordi come dai desideri ma la nostra mente non li dipinge mai con tratti naturali e non li pone in successione con tempi razionali, come invece accade di giorno: durante la notte li vediamo accendersi e spegnersi all’improvviso, trasformandosi repentinamente l’uno nell’altro, apparentemente senza logica. Li sogniamo, per l’appunto. La stessa cosa accade all’Uomo protagonista di Amor per me: ha dimenticato il proprio nome nel trapasso, è approdato nel mondo di “là” e ha una “perdita”. La chiamiamo così, come quella di un veicolo che perde acqua o carburante: lui “perde” ricordi, escono spontaneamente dalla sua memoria, prendono forma in un attimo e subito la perdono per trasformarsi in altro. Loro sono il suo film.

Come ha pensato a questa storia?

Per necessità. Quella che promana dalla curiosità e che ti fa domandare ogni tanto “Ma di là come potrebbe essere?”

Di cosa parla?

Di un paradosso, quello di un Angelo che porta il nome di Roma e di un clown incaricato di imitare i ricordi del trapassato di turno. Tutto sommato il ruolo di queste due figure potrebbe essere svolto senza grandi difficoltà: via via che si presentano al loro cospetto i nuovi arrivati non possono di certo mentire. Da quello che una volta fu il loro corpo escono le immagini vive del loro impatto sull’esistenza degli altri. Il clown rievoca, Roma valuta con amore, l’imputato assiste. Solo una cosa può inceppare il meccanismo, l’assenza di sostanza. Si dice che un peccato grande, proprio perché è uno spreco, sia quello di non vivere la propria vita fino in fondo, non scegliendo una parte chiara nei momenti di conflitto se non quando sono in gioco i propri interessi materiali, non parteggiando mai, senza assumersi responsabilità, senza esporsi. Ecco, il film del nostro Uomo che ha dimenticato il nome soffre di una stitichezza congenita, figlia di una vita vissuta ai margini all’insegna della sola prudenza.

Si parla di pazienza. Lei si ritiene paziente?

Tutto sommato no. Soffro tremendamente i capricci degli altri, per un po’ tengo ma poi… Ho scelto di comprendere solo quelli di mio figlio, lui ha quattro anni e se li può permettere. Il fatto è che il mondo del teatro assomiglia ad una testa riccia ed ogni riccio… Si sa, no?

Cos è per lei la pazienza? E quanto è importante averne?

E’ una dote seria che talvolta sento mancare in me in una misura sensibile. Poi mi accorgo del perché e quasi sempre scopro che lei, la mia pazienza, ha fatto una marcia indietro volontaria per far venire allo scoperto l’astuto di turno, il furbetto che magari voleva servirsene a proprio uso e consumo.

Questa storia che messaggio vuole lasciare?

Vivete. Scegliete. Parteggiate. Prendete parte. Prestate il fianco alle critiche. Altrimenti vostra madre e vostro padre avranno fatto una fatica inutile e la vostra faccia non la vedrà e non la ricorderà nessuno.

Quanto ama la sua città? E cose farebbe per vederla rifiorire?

Roma scorre nelle mie arterie, cammina sotto e sopra la mia pelle. Non bisogna mai scordarsi una cosa: anche quando tutto sembra andargli storto, un romano ha sempre una carta da giocare per distendere i pensieri e non sentirsi accerchiato, una lunga camminata dal Gianicolo fino al Colosseo, passando per la Conciliazione e il Lungotevere, per la Grande Bellezza. E tutto si stempera, diventando più comprensibile e a portata di soluzione.

Progetti in cantiere con la sua compagnia?

Far vivere a lungo il repertorio più recente, dalla Trilogia sulla Memoria allo spettacolo “Noi e loro”, dedicato a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E ovviamente “Amor per me

Un aggettivo per definire Roma?

PAZIENTE! Lei sì che lo è!

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