Torna a Roma, dopo quarant’anni di assenza, l’Anna Bolena di Gaetano Donizetti: un capolavoro mai dimenticato!

La lunghezza dell’opera, eseguita integralmente, non scoraggia i tanti appassionati e i più irriducibili che si attardano persino durante i meritati applausi al cast, messo a dura prova dall’impegno musicale e, ancor più, da quello scenico. Eppure la regia non è certamente il punto di forza di questo allestimento. Andrea De Rosa recupera il clima e le idee della sua fortunata Maria Stuarda, quasi a voler cercare un filo conduttore fra i due titoli. Sebbene l’operazione sia lecita e anche pregevole, qualcosa sfugge e si notano forzature e incoerenze, ma anche un uso dello spazio scenico discontinuo, in una ricerca generica dell’effetto a discapito di una drammaturgia di più ampio respiro che tenga conto dello sviluppo della trama e della mentalità (se non psicologia) dei personaggi. Il bacio fra Smeton e Anna in presenza di Seymour all’inizio dell’opera – un gesto che vanifica lo sviluppo coerente del paggio nel finale – e la posizione di Percy durante la sua aria sono due esempi estremi di una instabilità registica sul piano narrativo e su quello musicale.

Anche le scene di Luigi Ferrigno, originate da un’idea di Sergio Tramonti, ricordano la precedente Stuarda, grazie a un impianto centrale che viene sfruttato in maniera ossessiva, creando piani paralleli e porzioni di palco chiuse da gabbie o cancellate ma mantenendo ogni scena importante, ogni momento significativo solo al centro del palcoscenico. In tal modo, persino l’originale idea della torre che sembra anticipare il luogo del supplizio, prima con l’albero, poi con il letto e infine con il praticabile vero e proprio che viene percorso – anche troppe volte in verità – dalla cima a terra perde forza e annoia. All’interno di queste gabbie trovano ricovero i condannati a morte, ma non è mai chiaro se questo sia uno spazio reale o una loro proiezione dell’animo da cui entrano ed escono nei momenti cruciali.

Anna Bolena al Teatro dell'Opera di Roma
Anna Bolena al Teatro dell’Opera di Roma

In alcune scene, come nel finale, ci si domanda perché, compiuto il dramma di fronte a tutti (leggi in proscenio), nella parte più estrema e anche più complicata per Anna Bolena – quello della cabaletta – tutti debbano affrettarsi a rientrare nello spazio angusto e difficilmente raggiungibile del praticabile, quando il loro status di prigionieri e condannati a morte era già stato esplicitato.

Non aggiungono nulla le luci di Enrico Bagnoli, se si eccettua qualche istante suggestivo ma senza particolare inventiva, mentre assai accattivanti sono i costumi storici di Ursula Patzak, più sul fronte femminile che su quello maschile, fra cui spicca soltanto Enrico VIII.

Se l’aspetto registico è discutibile, non si può dire lo stesso sul versante musicale. Intanto perché Riccardo Frizza si prende la briga di eseguire tutta l’opera senza tagli: un’occasione che non capita spesso, anche se oggi la tendenza alla filologia investe anche le opere di repertorio su cui la tradizione esecutiva ha inciso assai più. In più perché dirige con sicurezza e con chiarezza, sostenendo i cantanti nei passaggi più complessi e stringendo i tempi laddove l’esigenza drammatica lo richieda. Il cast impiegato nelle parti principali, poi, è davvero di ottimo livello. Spicca la triade adulterina, al debutto nei rispettivi ruoli, che dà il meglio di sé negli accesi duetti.

Carmela Remigio, che sa rendere ogni antagonista romantica una creatura complessa e spigolosa, tratteggia una Giovanna Seymour sopranile, ma non per questo meno efficace: segno evidente che l’affermazione del registro di mezzosoprano come oggi lo conosciamo era ancora alla ricerca di una identità nel 1830. Ella non solo troneggia su tutta la parte musicale, ma sa dare accenti e gesti da vera fuoriclasse, sottolineando i lati più arrivisti di una arrampicatrice sociale falsamente pentita, come si intuisce dal finale (registico). Accanto a lei fiorisce l’Enrico VIII di Alex Esposito: un re truce, gaudente, capriccioso e passionale nella voce, cupa e gutturale, quanto morbida e suadente, nei gesti rapidi e nell’incedere sicuro. Più di tutti egli ha potuto forgiare un personaggio rinnovato senza entrare in urto con gli ideali romantici sottesi alla drammaturgia della Anna Bolena. Ma il discorso sull’ideale e il reale, che è centro propulsore del dramma romantico, rischierebbe di portare fuori tema.

Anna Bolena al Teatro dell'Opera di Roma
Anna Bolena al Teatro dell’Opera di Roma

Chi soffre più di questa assenza di contrasti ideali è Anna, cui pure la voce di Maria Agresta dona un’anima cristallina e tenera. Anche se la sua vocalità non la mette a proprio agio in tutte le pagine musicali – pena nelle scene più drammatiche in cui il registro grave dovrebbe essere più cospicuo – riesce a guadagnare i favori del pubblico con le mezzevoci splendide, con gli acuti svettanti e con una sicurezza, una tenacia e una resistenza da vera Primadonna. Una sostituzione last minute permette a Giulio Pelligra di prestare la sua voce brillante – soprattutto nel registro acuto – al coraggioso e innamorato Percy. Peccato che la regia lo releghi in un angolo, anzi in soffitta, e non gli permetta di portare in scena la stessa baldanza che mette nella linea vocale, la cui unica pecca sta in alcune forzature in acuto dell’aria e della cabaletta. Martina Belli è uno Smeton corretto, anche se a volte un poco artefatto nell’emissione, mentre il Sir Hervey di Nicola Pamio ha più l’aria di un Turiddu capitato per caso in un’opera romantica. Bene, ma senza entusiasmi, il Lord Rochefort di Andrii Ganchuk, giovane artista del progetto “Fabbrica” Young Artist Program, così come il coro che è al minimo sforzo scenico, come un soprammobile ai lati dello spazio occupato dai solisti, ma senza rapporto con essi e con l’azione.

 

Anna Bolena

Musica Gaetano Donizetti

Tragedia lirica in due atti

Libretto di Felice Romani

Direttore Riccardo Frizza

Regia Andrea De Rosa

MAESTRO DEL CORO Roberto Gabbiani

SCENE Luigi Ferrigno da un’idea di Sergio Tramonti

COSTUMI Ursula Patzak

LUCI Enrico Bagnoli

PRINCIPALI INTERPRETI

Enrico VIII Alex Esposito

Anna Bolena – Maria Agresta

Giovanna Seymour – Carmela Remigio

Riccardo – Giulio Pelligra

Smeton – Martina Belli

Sir Hervey – Nicola Pamio

Lord Rochefort – Andrii Ganchuk *

* dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma

Nuovo allestimento

In coproduzione con Lithuanian National Opera and Ballet Theatre

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Chi sono
Appassionato di musica e teatro da sempre tanto da laurearsi sia nell’una che nell’altra disciplina, ha però affiancato agli studi musicali e sulla vocalità esperienze di lavoro in diversi ambiti: editoria, scuola, conservazione e catalogazione, management, comunicazione, organizzazione eventi, istituti finanziari, no-profit. Ancora non sa quale sarà il suo futuro, ma ama lo yoga, i viaggi e la buona cucina.
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