È arrivato anche a Verona il terzo capitolo della trilogia di Massimiliano Loizzi sulle morti di Stato, come il provocatorio sottotitolo Io non sono Stato suggerisce. Questa volta il soggetto scelto da Loizzi per il suo Il matto 3 è quello tragico – recente ma sembra ormai quasi dimenticato – del Naufragio dei bambini dell’ 11 ottobre 2013, che costò la vita a duecentosessantotto persone tra cui almeno sessanta bambini.

Il processo farsa

Perché un peschereccio che si rovescia nel Mar Mediterraneo dovrebbe essere un omicidio di Stato però? In due intense ore di monologo Loizzi risponde a questa domanda con comicità grottesca e realismo straziante, mettendo in scena tutte le mancanze e le responsabilità di due stati, quello italiano e maltese, che per ore si sono rimbalzati la responsabilità del soccorso fino alla tragica conclusione.

In scena quindi c’è il processo: quello vero agli ufficiali della Marina Italiana e quello ideale alle nostre coscienze. Sul banco degli imputati quanto c’è lo Stato quanto tutti noi: dov’erano gli italiani mentre tutto questo accadeva? Importa loro di questi morti? Se li ricordano? E grazie all’ironia di Loizzi però che queste difficili domande non si trasformano in sermone: il senso di colpa striscia tra le battute e non è mai un dito puntato quanto piuttosto un sasso in mezzo al petto.

Il peso del racconto

E quel peso diventa evidente a mezz’ora dall’inizio: al microfono viene chiamato a parlare un medico siriano scampato alla strage, quello che per ore ha visto le sue chiamate d’emergenza non ricevere una risposta. L’occhio di bue illumina solo Loizzi, che in un accorato straziante monologo prova ad immaginare e farci immaginare il dolore di quest’uomo che nel naufragio perde la moglie e la figlia.

‘Siamo su questa terra e su questa terra dobbiamo camminare’ continua a ripetere nella sua testimonianza. Parole che riemergeranno ancora ed ancora nel corso dello spettacolo a simboleggiare tanto la necessità di andare avanti quanto quella fondamentale di prendere azione. Il racconto è futile se non muove le coscienze. Il senso di colpa è sprecato se non si agisce. E in un certo modo il testo di Loizzi ci chiede di agire, di farlo con la consapevolezza delle nostre mancanze, con la riflessione sui nostri perché.

La caricatura e il mostro

Tra i tanti perché c’è anche lui, il Duce in persona, arrivato al processo per testimoniare l’innocenza del popolo italiano. La caricatura è divertente finchè non lo è più. All’improvviso la ridicola cadenza dell’imitazione è la voce di un mostro senza controllo: da proscenio Mussolini batte i piedi a ritmo militare e come invasato grida ‘io non me sono mai andato, io sono dentro di voi’. Il messaggio non è sottile ma non serve che lo sia: non è necessaria la poesia per raccontare un dato di fatto.

E come Mussolini, tutto nello spettacolo è straordinariamente ilare – la sala attraversata dalle risata – finchè improvvisamente  non lo è più, finchè una parola o un gesto non riporta lo spettatore dalla farsa alla tragica realtà.

Ma la forza vera che trascina lo spettacolo è quella di Loizzi stesso, che per due ore piene conduce questo one man show. Passando con naturalezza da un tono all’altro, da una caricatura a un monologo intimista, l’attore dimostra la sua capacità di fare suoi tanto la scena, quanto la sala che lo segue avido fino alla fine, reagisce alle sue provocazioni, si sintonizza sulle stesse corde emotive.

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