Carolyn Carlson – Short Stories non è uno dei tipici appuntamenti danza della stagione del Rossetti.

E non è, nemmeno, uno di quegli spettacoli in cui lo spettatore riceve il senso della rappresentazione, la morale, o il significato che l’artista vuole comunicare, servito su un piatto d’argento.

Al contrario, lo spettatore deve acuire lo sguardo e cogliere tutto ciò solo con la propria fantasia.

Carolyn Carlson, artista che ha un successo mondiale da quarant’anni, chiama le sue creazioni “poesia visiva”. Si tratta infatti di coreografie con passi di danza, pose e movimenti, simbolici, che richiamano alla mente dello spettatore delle situazioni e delle immagini.

Se le poesie fossero fatte di movimenti, le tre coreografie che la coreografa ha portato in scena lo scorso sabato, sarebbero poesie.

La prima coreografia, intitolata “Immersion”, era danzata proprio da Carolyn Carlson, e si apriva con la donna in posa, le braccia a formare un cerchio, e il suono di onde che si infragono sulla battigia. Per tutta la durata del brano, poi, il pubblico ascoltava lo scorrere dell’acqua, dal mare al melodioso scrosciare delle gocce di pioggia. E lei, danzava sinuosa, emulando i movimenti dell’acqua, tanto da parere, a volte, fatta d’acqua anch’essa.

Carolyn Carlson - Short Stories

Non si trattava del solito “balletto” o dei tipici passi di danza, la coreografia era composta di movimenti, a volte lenti, a volte scattanti, anticonvenzionali. Carolyn Carlson l’ha composta perfettamente, e ha raggiunto il suo risultato: a volte, mentre volteggiava a rallentatore, sembrava fosse davvero immersa completamente nell’acqua.

Carolyn, in particolare, aveva una mimica facciale incredibile e un’eleganza nel portamento degna di una prima ballerina. L’unico appunto da fare è sul passaggio della coreografia dove lei  “raccoglieva” delle gocce d’acqua e le lanciava, facendole rimbalzare.

La musica in quel punto era molto ritmata e la ballerina non era perfettamente a tempo -ma non è da biasimare perché la musica a volte era completamente priva dei riferimenti necessari per una danzatrice-, così la scena ha perso un po’ della bellezza che voleva comunicarci.

Carolyn Carlson - Short StoriesWind Woman e Mandala

Le altre due coreografie erano interpretate da differenti ballerine: “Wind Woman” da Sara Simeoni, una ragazza riccia che ballava con un vestito bianco in mezzo a vortici di fumo, molto meno espressiva nel viso della sua insegnante, ma regalandoci l’impressione, in un paio di incredibili passi, di essere sottovento, e di non riuscire quasi a camminare, rischiando di essere sollevata da terra, un po’ come succede ai triestini con la Bora.

“Mandala”, invece da Sara Orselli, una ballerina che collabora con la coreografa da oltre un decennio, e che ci ha portato, sabato sera, un pezzo difficilissimo, molto ritmato e pieno di salti e movimenti scattanti e veloci, per la maggior parte eseguito sotto un cono di luce dal diametro delle braccia aperte dell’interprete.

Il significato simbolico dietro a queste coreografie, ognuno lo coglie a sé e quelle suscitano in lui sensazioni e rievocano ricordi inevitabilmente diversi.

Sta di fatto, però, che il pubblico, durante gli inchini, non smetteva di applaudire e urlare “brava!”, per ringraziare la coreografa di questa “immersione” nel suo mondo di poesia visiva.

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