Se si vuole un Oscar bisogna fare tanta campagna, e si fa tanta campagna si rilasceranno un miliardo di interviste.

Negli ultimi mesi ho seguito avidamente diversi attori nello loro corsa alla statuetta, a rispondere volta dopo volta a domande tutte uguali – riposte che io stessa potevo recitare a memoria – mentre osservavo la luce nei loro occhi stanchi morire lentamente.

MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA

  • Timothée Chamalet – Chiamami col tuo nome
  • Daniel Day-Lewis – Il filo nascosto
  • Daniel Kaluuya – Get Out
  • Gary Oldman – L’ora più buia
  • Denzel Washington –  Roman J. Israel, Esq.
Gary Oldman
L'ora più buia
L’ora più buia

Arrivati a questo punto della corsa è assolutamente un mistero – Gary Oldman – chi sia il favorito.

Insomma nessuno può prevedere – Gary Oldman – il vincitore, ne si azzarda – Gary- a farlo. Oldman. Non diciamo nulla di nuovo: Gary aveva già vinto quest’Oscar quando il trailer de L’ora più buia ha graziato l’internet.

Anzi, per i gusti dell’Academy, Oldman aveva  un vantaggio fin da quando si è saputo che l’attore inglese avrebbe interpretato Churchill.

Trasformazione la sua che durate le riprese gli era costata duecento ore seduto sulla sedia del trucco e l’inalazione del fumo di quattrocento sigari.

Non è un mistero infatti che l’Academy ami questo genere di performance: quelle in cui un attore cambia tutto di se stesso, si tramuta in un essere completamente alieno alla persona che c’è sotto.

E alla fine è proprio per questa ragione che Gary vincerà l’Oscar: perché Gary non c’è nel film, quanto piuttosto un veicolo di corpo e voce fornito da Oldman al corpo e alla voce del suo personaggio; e il film stesso a sua volte esiste in buona porta come veicolo della performance di Oldman, che senza non è altro che un altro generico biopic.

In ogni caso se Oldman è riuscito a vincere persino i favori della Hollywood Foreign Press Association, portandosi a casa un Golden Globe, istituzione che più volte l’attore aveva criticato e cercato di boicottare, niente lo può più fermare.

E considerati i precedenti di del Disraeli di George Arliss e la Thatcher di Streep, i primi ministri inglesi sembrano portare una certa fortuna.

Timothée Chalamet

Chiamami col tuo nomeL’unica minaccia – più fantastica che reale – arriva dalla nuova promessa di Hollywood: Timothée Chalamet, un nome che se non avete seguito questo ultimo anno di cinema probabilmente non vi dirà nulla.

Con alle spalle solo qualche filmetto indipendente e un paio di buone performance teatrali, l’allora ventunenne ha il suo debutto nel suo primo vero ruolo quando nel gennaio 2017 Chiamami col tuo nome viene proiettato per la prima volta al Sundance. Ed è subito amore.

La critica lo celebra. La stampa se ne ossessiona. Il ragazzo ha fascino, un bel visino e un sacco di talento e dovunque va monopolizza l’attenzione.

Nuovo bambolotto di Hollywood infatti, si ingrossa sempre di più la fila di celebrità che si affretta ad appiccicargli il suo personale bollino qualità, come Paul Thomas Anderson per esempio  che, dopo aver letto in un paio di interviste di essere il regista preferito di Chalamet, lo ha sorpreso con abbraccio a un tappeto rosso.

Scovato da Guadagnino un po’ per caso, Chalamet però è giovane, forse troppo perché questo fulminante debutto non diventi pericoloso: il più giovane in ottant’anni nei novanta degli Oscar a ricevere una nomination in questa categoria, il terzo più giovane di sempre e in caso di vittoria il più giovane in assoluto.

Vittoria che non arriverà per questa stessisima  ragione; che se infatti Chalamet e Oldman hanno monopolizzato questa award season spartendosi ogni premio, a Oldman sono però andati tutti quelli grossi e Chalamet si è portato a casa tutti i minori (anche se 23 premi minori non sono pochi vinti in una sola volta, lui e Oldman stanno finendo gli scaffali).

E accostati l’uno all’altro i due sono la strana coppia di questa edizione degli Oscar: due nomination all’apparenza opposti in ogni cosa.

Da una parte un attore ormai affermatissimo, con una lunga importante carriera, dall’altra lo sbarbatello al suo primo film.

Da un lato la performance ingombrante e metodica del Churchill di Oldman, dall’altra la naturalezza e la vulnerabilità emotiva dell’Elio di Chalamet.

Contrasto che già a molti sta facendo parlare di scontro tra vecchia contro nuova scuola, più che in riferimento all’età degli attori o alla novità dell’approccio recitativo, rimandano invece ai gusti stessi dell’Academy, che sempre di meno punta su una recitazione teatrale,importante, riconoscendo sempre di più performance più sottili e sfumate.

E se si osserva con attenzione il lavoro di Chalamet si intravedee che il suo personaggio non è in realtà meno costruito di quello  di Oldman, in un’interpretazione che dimostra un straordinario controllo per un attore così giovane.

Se Chalamet continuerà a farci di questi regali recitativi – considerato poi che ha già tre nuovi film in produzione – non vincerà l’Oscar quest’anno, ma potrebbe non tardare ad arrivare in futuro.

Daniel Kaluuya

Get OutUn’altra nuova leva è Daniel Kaluuya, che i più teledipendenti di voi forse ricorderanno per il suo personaggio in Skins.

Il teen drama inglese, creata con lo scopo di dare una piattaforma d’espressione a giovani attori e scrittori (fantascienza per noi, lo so) ci ha già regalato più di un nome, come il Dev Patel di Lion.

Kaluuya, che in Skins recitava quanto sceneggiava, arriva a Get Out dopo una serie di piccoli ruoli ma che l’hanno accreditato sempre di più come uno dei giovani attori più talentuosi, riconoscimento che domenica scorsa gli è valso il BAFTA come attore emergente.

Non è insolito quindi il fatto che ha quanto pare Daniel e Timothée abbiano legato sul fatto di essere sempre i pesci fuor d’acqua in ogni stanza: in fin dei conti sono i pesci fuor d’acqua di questa lista.

Inserendoli nello stesso gruppo di grandi nomi, gli Oscar assolvono alla loro vera unica funzione: lanciare carriere emergenti. Io sono solo contenta che quelle di questi due attori si siano avviate con due iconiche scene di pianto.

Daniel Day Lewis

Il filo nascostoMa non è da sottovalutare neanche l’altro Daniel, che in caso di vittoria sarebbe al numero quattro – in casa Day-Lewis è una conta delle figurine: questo ce l’ho, questo non ce l’ho – confermando così quello che anche i muri sanno già: che Day-Lewis è l’attore più importante del suo secolo.

Metodico fino alla follia e ancora sostenitore di un metodo recitativo immersivo che a Hollywood si sta perdendo, è il Kubrick della recitazione: un film ogni dieci anni, ma destinato a entrare nella storia del cinema.

Adesso che ha annunciato il ritiro, l’Academy potrebbe voler sfruttare l’occasione per commemorarlo un’ultima volta.

Anche se molti giornalisti ormai parlano di “ritiro” facendo virgolette per aria, sperando di trovarsi di fronte a una ‘situazione Miyazaki’: ad ogni nuovo film annuncia la pensione e un paio di anni dopo la lavorazione di un’altra pellicola.

Se Miyazaki continua a disegnare anche se quasi non ci vede più, il privato e serio Day-Lewis potrebbe essere sul serio intenzionato di dire addio ai tappeti rossi per il resto della vita. Apprezziamo i momenti che ci restano.

Denzel Washington

In ultimo un’immancabile candidatura di uno dei preferiti dell’Academy: Denzel Washington, che con il suo Roman J. Israel, Esq non avrà attirato l’attenzione di stampa o pubblico, ma la sua nomination l’ha meritata, anche se rimane di moltissimo il meno papabile per la vittoria e forse anche il candidato meno interessante di questa edizione.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.