In un panorama editoriale già molto denso di proposte, che senso può avere la nascita di una nuova casa editrice?

Diventa significativa se per idearla si esce completamente dagli schemi e ci si addentra in quel mondo fantasioso e strano che è la micro-editoria. Babbomorto Editore è il progetto partorito dalla fervida e ironica mente di Antonio Castronuovo, importante saggista e scrittore di Imola, che ha dato vita a una curiosa creatura, fatta di arguzia e umorismo.

Babbomorto Editore: un nome davvero curioso per una “casina editrice”, come tu stesso definisci la tua creatura.
Quando è nata l’idea e perché questo titolo di sonorità così singolare?
Babbomorto Editore di Antonio Castronuovo
Antonio Castronuovo

C’è un caro amico in Italia, Afro Somenzari di Viadana, che vari anni fa ha avuto un’idea geniale: fondare una micro-editrice al fine di accogliere testi brevi di amici, a formare una collana che oggi credo tocchi il centinaio di titoli.

Si tratta dell’ormai nota FuocoFuochino, la «casa editrice più povera del mondo», come la definisce Afro, riferendosi al fatto che la produzione dei suoi quadernetti avviene in assoluta ristrettezza economica, ma con caratteri grafici che hanno reso l’etichetta qualcosa di inconfondibile.

Bene: già dall’anno scorso rimuginavo sulla possibilità di fare una cosa simile ma con caratteri formali molto diversi e più ricercati: produrre vere plaquette di poche pagine, molto curate sul piano grafico e in poche copie numerate a mano, in modo da mettere in circolazione prodotti che si esauriscano e diventino dei “rari”.

Dopo alcuni mesi in cui ho studiato come muovermi per impaginare e stampare, l’idea è diventata realtà ad aprile 2017. Il nome mi frullava in testa ed è anch’esso diventato realtà: nasce da quel detto toscano riferito al credito che significa: prestare danaro sapendo di non riscuoterlo più, dato che il creditore rimanda il pagamento agli eredi, a babbomorto dunque.

Su questo nome gli amici e gli autori ci hanno assai giocato, riferendolo a me. E invece il senso è esattamente contrario: sono io che assegno credito agli autori, sperando che mi sia restituito dalle buone vendite. Devo dire che il primo titolo uscito, Le cose che non so” di Paolo Albani, ha superato ogni rosea aspettativa: è andato esaurito in un paio di giorni.

Dunque prospetti un buon mercato, e semmai buoni guadagni.

Nulla di tutto questo: le plaquette sono tirate in pochi esemplari – da 15 a 30 circa – e se tutto va bene, rientrerò dei costi in parità. Nulla però ripagherà il tempo che dedico a questa mia creatura, che nelle ultime settimane è stato davvero tanto.

È ovvio che potrò valutare tirature diverse, in base al singolo titolo e all’aspettativa che riuscirò a percepire.

Il fine è soltanto quello di riunire il mio bel circolo di amici che scrivono – e sono tanti – attorno a un focolare del sorriso.

Un focolare del sorriso? In che senso?

Semplice: Babbomorto non pubblicherà tutto indiscriminatamente: la linea tematica dei testi dev’essere quella dei testi in prosa di tenore umoristico, ironico, satirico o anche surreale.

Voglio che nella collana ci sia il sorriso, anche con qualche slabbratura verso la risata più carnosa o carnascialesca, e anche con pause sul sorriso contrario, quello malinconico dei ricordi. Lo spazio è relativamente aperto: diciamo che accoglierò ciò che convincerà la mia sensibilità, che è quella di una persona ironica, aperta all’abbraccio dell’allegria, dell’arguzia, anche dello scherno, se serve.

Vedi, io ho superato i sessant’anni, e di musoni dogmatici ne ho visti anche troppi nella mia vita.

Ricordo con un senso di ribrezzo gli orribili anni settanta in cui gli intellettuali parlavano tutti come Adorno, Lukacs e compagnia bella: e la cosa incredibile è che avevano seguito. Ecco di quel masochismo non ne voglio più sapere. Babbomorto sarà un’isola di serenità, di accoglienza. Almeno per le cose accettabili. Per le altre c’è BMOR.

BMOR? E cos’è? Sembra il nome di una divinità infernale.

È solo una sigla. BMOR sta per Bidone Maceratore Opere Respinte.

È diventato una sorta di simbolo della Babbomorto Editrice, che ho voluto fosse in azione fin dall’inizio, per far transitare il senso di umorismo anche sull’aspetto più temuto dagli autori: il rifiuto. Mi spiego subito: nella sede “astratta” di Babbomorto, un piccolo appartamento di Imola che possiedo da anni, svetta sotto una palma del giardinetto un panciuto bidone blu che serve per fare il “compost”.

Ecco: quel bidone è diventato il luogo simbolico in cui saranno gettati gli scritti rifiutati. Serve per sorridere, ancora una volta, ma anche per incutere timore negli autori e indurli a lavorare con dignitoso impegno.

Hai accennato al primo testo di Paolo Albani, noto scrittore di Pistoia. Ci sono già altri progetti i cantiere?

Tanti: la reattività degli amici è stata buona, forse anche stimolata dalla serietà della proposta: in certo modo, e per quanto in maniera amatoriale, mi pongo come “vero” editore, nel senso che mi accollo l’impresa di produrre il testo e di tentare di commerciarlo.

In lavorazione ci sono testi francamente belli:  Elogio del ruttino” di Laura Bonelli, è assai simpatico.

E poi sono già pronti “Operetta amorale del fiorentino Duccio Scheggi; “Da commessa: una storia inedita” di Maria Gioia Tavoni, una delle più grandi esperte di storia del libro in Italia che nella plaquette ricorda i suoi anni giovanili come commessa alla libreria Zanichelli di Bologna; e poi “Uccel di bosco” di Maria Mancino, narratrice stralunata e assai promettente.

Stanno lavorando sui loro testi anche Alfonso Lentini, Stefano Tonietto, Claudia Mancini, Massimo Gatta e altri. Sto anche attendendo un testo da Edoardo Camurri.

Insomma: le proposte non mancano, e la collana si amplierà subito, in autunno, con almeno 3-4 titoli.

Proprio sulla collana di cui parli ti faccio un’ultima domanda. Si chiama “Cafarnao”. Mi devi una spiegazione.

Ti rispondo quasi come voce di dizionario storico: Cafarnao era il nome di un’antica città della Galilea che appare più volte nei racconti testamentari.

Per le prediche che vi si tennero, in contrasto con la tradizione giudaica, la città richiamò folle di dotti e curiosi da tutta la Palestina. Perciò è diventata sinonimo di luogo caotico e affollato dalle figure le più diverse.

Ecco: la collana-madre di Babbomorto sarà un cafarnao, un luogo che non avrà timore di accogliere le più diverse voci. Purché unite dallo spirito dell’amicizia e dall’ilarità briosa che tanto apprezzo nelle persone

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