Barnaby George Courtney, alias Barns Courtney, il ragazzo col fuoco nell’anima e che ha il ritmo anche se non lo pagano, citando i testi di alcuni suoi successi.

Occhi di ghiaccio e sigaretta tra le labbra, Barns Courtney sfoggia spesso uno sguardo alla James Dean, ma basta scavare giusto un po’ più affondo per incontrare il suo lato più giocoso e spensierato. Ha un’anima multipla e ricca di sfaccettature, proprio come la sua musica, che è un ibrido perfetto tra Folk, Rock e Blues. 

Molti lo conosceranno già per alcuni suoi vecchi successi come “Glitter and Gold” e “Fire”, usata perfino nella colonna sonora del film “Burnt” con Bradley Cooper. Ciò che invece non tutti sanno è che, prima di imbarcarsi in tour mondiali (il prossimo inizierà a settembre), Courtney ne ha passate di cotte e di crude.

Nato nel 1990 in Inghilterra, ha passato l’infanzia in America, per poi trasferirsi di nuovo nella terra natale all’età di quattordici anni. Cinque anni più tardi, Barns Courtney già firmava il suo primo contratto discografico con l’etichetta Island Records. Questa collaborazione, però, venne interrotta a seguito della mancata pubblicazione del suo disco dopo tre anni di duro lavoro. Barns si ritrovò così a ventidue anni nel grande e freddo mondo senza altra scelta che accettare lavoretti saltuari per mantenersi a galla.

Dal vendere sigarette al distribuire campioni gratuiti di tè, qualunque cosa andava bene, purché gli lasciasse tempo per coltivare la sua passione. Winston Churchill disse: “Non rinunciare mai a qualcosa a cui non puoi smettere di pensare un solo giorno della tua vita” e se c’era qualcosa a cui Barns Courtney non riusciva a smettere di pensare era la sua musica.

Continuò a cantare, a suonare e a mandare i suoi pezzi a chiunque fosse disposto ad ascoltarli, finchè non riuscì a firmare con la Virgin Capitol e da lì fu tutto un crescendo. Nei suoi ventotto anni d’età v’è racchiusa una gavetta straordinaria, che vanta perfino l’apertura di concerti di grandi firme del mercato musicale come i The Who, Ed Sheeran e Tom Odell. La sua musica ha un sound fresco eppure incredibilmente maturo.

Tra il nuovo disco ( “404” è uscito il sei settembre di quest’ anno per l’etichetta Virgin EMI Records) e i preparativi per l’imminente tour, Barns Courtney è molto impegnato, ma c’è sempre tempo per una veloce intervista al telefono. Comincia tutto quando ascolto il suo ultimo pezzo, “Hollow”, per la prima volta su Youtube. Conoscevo già alcuni suoi successi come “Fire” e mi ero follemente innamorata anche di “Glitter and Gold”, quindi non posso fare a meno di chiedermi come mai questo talentuoso artista non si senta più spesso per radio.

Decido subito di contattarlo su Instagram e con mia grande sorpresa lui risponde quello stesso giorno dichiarandosi pronto per un’intervista anche subito. Courtney mantiene questo spirito gentile e aperto per tutto il resto della chiacchierata, che comincia così… 

Guardando la tua carriera si può notare come tu ti sia sempre dedicato alla musica al cento per cento. Come ti sei avvicinato per la prima volta alla musica?

Quando ero piccolo amavo inventarmi canzoni su temi più diversi insieme a mia madre. Mi ricordo che ballavamo in cucina ascoltando musica anni 80; è soprattutto con lei che ho cominciato a cantare.

Quindi come ha reagito la tua famiglia all’idea che tu diventassi un musicista professionista?

Ho sempre cantato solo per divertimento, all’inizio non lo vedevo come una vera e propria professione. Comunque mia madre mi ha sempre sostenuto e incoraggiato in qualunque cosa volessi fare. Anche quando la musica che facevo era terribile lei costringeva tutti i nostri amici ad ascoltarmi. Ha sempre creduto in me.

Hai vissuto a Seattle da quando avevi quattro anni fino ai dodici. Credi che vivere negli Stati Uniti abbia aiutato la tua vena creativa?

Vivere in America ha sicuramente influenzato la mia musica, soprattutto per gli artisti che mi piacevano mentre ero lì. Quando avevo dodici anni mia madre ascoltava i Coldplay, mentre io ascoltavo quasi esclusivamente i Nirvana; tutto ciò ha influenzato molto il mio modo di scrivere.

E come mai poi sei tornato in Inghilterra?

I miei genitori erano divorziati, quindi mia madre si trasferì a Seattle quando ero piccolo. Più tardi, a quattordici anni, decisi di tornare in Inghilterra per stare con mio padre per un po’.

La tua prima esperienza con una grande casa discografica, la Island Records, non andò molto bene. Secondo te qual è uno degli errori più comuni che commettono i giovani artisti alle prime prese con l’industria musicale?

Credo sia pensare che la compagnia discografica risolverà ogni loro problema. Magari nella tua città eri riuscito ad affermarti, ma in una grande etichetta diventi il pesce piccolo alla fine della catena alimentare. Firmare un contratto discografico è un’opportunità per provare chi sei al direttore dell’etichetta e ciò significa doversi misurare con artisti con molta più esperienza di te. Per farti un esempio, potresti firmare un grosso accordo discografico e poi ritrovarti a competere con Elton John per un po’ di attenzione. (ride) Quando firmi un contratto è il momento in cui devi metterti a lavorare ancora più duramente. È importante rimanere focalizzati sul proprio lavoro e provare a fare ogni cosa in maniera indipendente. Tutto ciò che ottieni in più dalla casa discografica devi considerarlo come un bonus.

Nelle tue precedenti interviste parli spesso di come quel periodo di incertezza dopo aver lasciato l’Island Records ti abbia arricchito come persona e come interprete. Pensi che dover affrontare degli ostacoli è una cosa utile nella carriera di un artista?

Assolutamente. Quei tre anni di sacrifici sono stati la cosa migliore che mi è mai successa come artista. Questa esperienza mi ha dato qualcosa di vero e genuino di cui parlare nelle mie canzoni. Ero così arrabbiato, depresso e pieno di rancore e ho deciso di versare tutte queste emozioni nella musica. Il mio primo album era fatto di cinque canzoni ed erano tutte incitazioni per spronarmi e non arrendermi.

Ho letto da qualche parte che non eri molto attratto dal genere Blues prima di lasciare la Island Records. Invece adesso la musica Blues ti identifica, non è vero?

Non mi dispiaceva la musica Blues, ma sicuramente non pensavo di scrivere un album Blues. è successo tutto in modo molto naturale, credo che la depressione e il Blues vadano a braccetto. (ride)

Infatti i tuoi primi due album erano pieni di rabbia e del desiderio di provare al mondo che ce la potevi fare con la tua musica. Il tuo ultimo disco, “404”, sembra essere più spensierato, anche se le canzoni rimangono molto profonde. Qual è il messaggio principale che vuoi esprimere con quest’album?

Ho bruciato tutto il budget destinato alla registrazione in uno chateau a Carmel, in California, e non ho scritto nulla durante tutto il tempo che sono rimasto lì. Non avevo un briciolo di ispirazione, così ho deciso di andarmene. L’intero disco è stato registrato nella camera da letto di un mio amico nella casa dei suoi genitori. Mi trovo molto d’accordo con quell’idea di David Bowie secondo cui il posto dove registri ha una grande influenza sull’album. Il messaggio di “404” è che bisogna cercare di aprirsi alla tribolazione e all’angoscia del crescere, continuando a cercare ricordi e vecchie emozioni anche se magari non esistono neanche più.

In un’intervista hai detto che nel tuo ultimo album c’è molto spazio per quel tipo di sentimento dolce amaro che caratterizza i ricordi. Ti definisci una persona nostalgica o preferisci concentrarti sul futuro?

Cerco di rimanere focalizzato sul presente e su ciò che deve ancora venire. Tuttavia non nascondo che il concetto di nostalgia mi affascina.

E parlando di futuro, con quale artista ti piacerebbe collaborare adesso?

Vorrei molto lavorare con Billie Eilish e suo fratello; credo siano grandiosi.

Inoltre ora sei impegnato col tuo nuovo tour. Un tour che è cominciato a settembre e che ti porterà in giro per il mondo, dall’America all’Europa (l’ultima data si terrà proprio qui in Italia, a Milano, il 6 di novembre). Come ti senti? 

Sono così emozionato per il tour e ho nuove canzoni da suonare. In ogni tour in cui mi imbarco cerco sempre di migliorare lo show un po’ di più. Adesso non ho molti soldi, ma sono alla ricerca di nuovi spunti come elementi innovativi per le luci o per la scenografia del palco. Tutto ciò che voglio è rendere lo show il più grande, emozionante e divertente possibile per i fans.

Un’ultima domanda. Cinque anni fa la band Pop Punk dei Fall Out Boy ha pubblicato una canzone dal titolo “Save the Rock and Roll”. Credi che oggigiorno la musica Rock stia venendo trascurata dal grande pubblico?

Non credo che la musica Rock stia venendo trascurata, ma non sono sicuro che il mondo del Rock abbia un suo Kendrick Lamar. Per esempio l’Hip Hop ha avuto una rinascita incredibile, un periodo in cui gli artisti hanno rinnovato il genere in maniera spettacolare. Naturalmente ce ne sono di band che stanno producendo dischi molto interessanti, ma il problema persiste. C’è una band Rock con grande energia, canzoni accattivanti e con un sound fresco e che non abbiamo mai sentito prima? Purtroppo credo di no.

Quindi di cos’ha bisogno la musica Rock adesso?

Secondo me il Rock necessita di essere innovato e di essere creativo. Ha bisogno di fare come negli anni 80 quando il genere Heavy metal era molto popolare e poi sono arrivati i Nirvana a raffinare e diffondere il Grunge. Improvvisamente l’Heavy metal è scomparso perché il Grunge era così unico, eccezionale e nuovo che ha spazzato via tutto ciò che era venuto prima. Questo è ciò di cui ha bisogno il Rock oggi nel 2019, ha bisogno di essere innovato e di cambiare.

Ci lasciamo con i soliti convenevoli, un paio di risate e la certezza che verrà accolto più che calorosamente il 6 novembre quando arriverà a Milano.

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Ciao, sono Beatrice. La curiosità è il mio carburante e mi appassiona ogni ambito dell’arte, dalla letteratura alla musica. Credo nella frase di Aristotele: “Educare la mente senza educare il cuore, non è affatto educare.
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