L’edizione di quest’anno del progetto Wunderkammer non solo ha portato al Miela la più richiesta violinista carnatica d’Europa, Jyotsna Srikanth, ma ha offerto di fatto un’ immersione nell’affascinante sincretismo musicale dell’India del Sud. 

Mercoledì 21 novembre prima di iniziare a suonare Jyotsna ha fornito il pubblico di alcune coordinate essenziali: innanzitutto, quello che secondo il programma doveva essere un duo composto da violino carnatico e Mridangam, il tamburo bifacciale dell’India meridionale, in realtà si è trasformato in un trio.

Infatti, a sinistra di Jyotsna c’è anche un suonatore di morsing, o scacciapensieri, uno strumento musicale costituito da una struttura di metallo ripiegata su di sé, a forma di ferro di cavallo, in mezzo alla quale si trova una lamella di metallo (alcuni forse già lo conosceranno, visto che lo scacciapensieri è diffuso sia in Sardegna, dove è noto come trunfa o tronfa, sia in Sicilia, il marrànzanu, utilizzato per accompagnare canzoni e tarantelle).

Ma non finisce qui, perché Jyotsna ci presenta altri tre strumenti musicali: la Kanjira, una specie di tamburello di legno con una copertura di cuoio, il Ghatam, uno strumento a percussione che somiglia ad un vaso, fatto di argilla e rinforzato internamente da materiali come l’ottone, il rame e il metallo, e infine il Konnakol, il linguaggio dei tamburi, una forma di percussione che però viene eseguita dalla voce umana in forma di sillabe.

Non stupisce che Jyotsna insegni in
diverse università del mondo perchè in maniera sintetica ci racconta dei raga
(o ragam), ovvero le strutture melodiche su cui si basa l’improvvisazione nella
musica del Sud dell’India. Ogni raga (dal sanscrito: “colore” o “passione”) si
fonda su di una determinata scala musicale di cui enfatizza determinate note e
tinge la mente degli spettatori di un colore specifico, calandoli in un’atmosfera
sempre diversa. I raga sono associati a momenti specifici del giorno e a
determinate stagioni dell’anno e in India si crede abbiano effetti
soprannaturali, come quello di far piovere o di causare incendi. Ad ogni raga
poi è associato un determinato “Tala”, 
ovvero un ritmo, scandito da un certo numero di battiti.

Il primo pezzo che ascoltiamo è una versione del raga Mohanam, basato su una scala pentatonica ,e su di un Tala “Adi”, ovvero su di un ritmo di otto battiti. Il grande protagonista è il violino di Jyotsna, il cui canto acuto ed irrequieto sembra invitare a una danza festiva, mentre il Mridangam e il morsing lo assecondano, nelle pause cercano di rubargli il palcoscenico per poi tornare ad essere suoi interlocutori, anche se un po’ sopraffatti.

Ma se è soprattutto il violino ad attirare l’attenzione è anche perché provoca un effetto di estraniamento nel contesto culturale in cui si trova: Jyotsna è seduta, mantiene lo strumento tra la clavicola e la caviglia, e la sua mano raggiunge solo le ultime note della tastiera, quelle più acute. Mai visto un violino suonato così. La violinista indiana ci ricorda che il suo paese è stato per lungo tempo una colonia britannica, il che ha implicato non solamente conseguenze negative, ma anche alcune positive: tra queste ultime si colloca l’introduzione del violino, uno strumento originariamente europeo, all’interno dell’eterogeneità musicale indiana al punto da diventarne il suo elemento imprescindibile.

“In India there is no concert without violin”

riassume Jyotsana, per poi specificare che nel suo paese nativo non c’è composizione di musica classica, semi-classica, devozionale, “bollywoodiana” che non contempli la presenza dello strumento ad arco in questione, dal momento che è quello che si avvicina di più alla voce umana. Ma è un altro elemento della musica carnatica a creare un ponte (e anche piuttosto resistente) con la musica dell’emisfero occidentale: l’improvvisazione, che può essere  accompagnata ritmicamente oppure no.

L’associazione più immediata è quella con il jazz, il che ci fa tornare indietro di quasi sessant’anni, in un’epoca dominata dalla voglia di sperimentare in tutti i campi e di andare contro l’ordine costituito. Negli anni ’60 i jazzisti cominciano a giocare con le scale musicali durante lunghe sedute d’improvvisazione, proprio come i musicisti indiani, mentre il suonatore di sitar Ravi Shankar si esibisce sui palchi europei e statunitensi e da lezioni private a George Harrison. Le sonorità della musica indiana cominciano ad influenzare artisti del calibro di Miles Davis e i Doors, il sassofonista John Coltrane e il chitarrista McLaughlin.

Nella sua carriera di musicista Jyotsna non ha ignorato questa affinità storica tra la musica indiana e il jazz, infatti pur essendo esperta di raga indiani, si immerge spesso in progetti ibridi dal jazz alla musica sinfonica. Il penultimo raga suonato mercoledì sera si intitola Abheri e Jyotsna ci anticipa la struttura: un’ improvvisazione senza percussioni più elaborata, una composizione e un’improvvisazione accompagnata dalle percussioni più lunghe, infine, un duo di percussioni. In mezzo, anche un’esibizione di canto della violinista.

Mentre si ascolta il trio suonare è facile immaginarsi di essere in una piazza di Bangalore, confusi tra i colori accesi dei sari delle donne che lasciano ballare liberamente i loro bambini e che sanno che la musica li intratterrà almeno per qualche ora.

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Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Neolaureata a Ca’ Foscari in Lingue e letterature europee, americane e postcoloniali, nutre una passione per tutto ciò che sfida i confini dell’immaginazione e sovverte il concetto di realtà. Affetta da un disturbo ossessivo compulsivo che le fa leggere tutto ciò che le passa per le mani, ama in particolar modo la letteratura ispano-americana, in cui sogna di precipitare, realizzando un lungo e memorabile viaggio attraverso i paesi dell’America Latina.
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