Cat Power non imita Dylan. Lo evoca. E nel farlo, compie un gesto che assomiglia più a una seduta spiritica che a un concerto.

Sul palco di Udine non c’è spettacolo, non c’è ricostruzione nostalgica, non c’è glorificazione della leggenda. C’è una donna sola, con una voce che viene da un luogo fragile e antico. E ci sono parole che non ci appartengono più, ma che continuano a parlarci come se il tempo non fosse mai passato.

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Il tributo al leggendario live del ’66 – erroneamente attribuito alla Royal Albert Hall – non è solo una rilettura. È una trasfusione lenta, quasi dolorosa, di coscienza. Chan Marshall prende in prestito i brani, ma li riempie di sé. Non ci sono picchi, non ci sono climax. Solo onde. Echi. Respiro.

La prima parte è acustica, come nell’originale. Marshall è accompagnata da due soli musicisti: uno che accarezza la chitarra folk delicatamente, l’altro seduto  davanti al Wurlitzer ad eseguire quegli intermezzi musicali che sono stati un marchio, per Dylan. Il pubblico trattiene il fiato. 

She Belongs to Me, Visions of Johanna, Mr. Tambourine Man: ogni brano arriva come una lettera dal passato che continua a bussare. Ma non grida. Sussurra. Le parole sembrano più importanti delle note. Si dilatano, si deformano, si fanno spazio in una stanza buia che conosciamo tutti.

Poi entra la band. Ma non succede nulla di eclatante. Non cambia l’energia, non parte la festa. Porta solo più spessore. Ballad of a Thin Man, Like a Rolling Stone non sono inni, ma interrogativi aperti. Fragili, disillusi, umani.

Quello che Cat Power costruisce è un cortocircuito sottile tra il mito e la resa. Non c’è rabbia. Non c’è eroismo. Ma c’è una grazia stanca, una specie di preghiera laica che ci obbliga a restare immobili, come davanti a una fotografia sbiadita che continua a muoversi.

Cat Power non urla. Ma chi ha orecchie per sentire, sentirà.

Il concerto non parla solo di musica. Parla di memoria. Parla del peso delle parole. E anche di cosa significa portare avanti il dolore senza trasfigurarlo. Le immagini qui non ci sono, non servono. Non c’è visual, non c’è schermo. Tutto è dentro la voce. Una voce che non pretende di cambiare il mondo, ma di ricordargli cosa ha perso.

Nel mondo del rumore costante, questa è un’azione politica. Il silenzio tra i brani è parte dello spettacolo. I vuoti contano quanto i pieni. E anche il pubblico – sagome nere, volti assorti – è parte della performance. Nessuno balla. Nessuno canta. Tutti ascoltano, quasi in apnea.

È lecito godere della bellezza mentre si canta la fine dell’innocenza? Forse no. O forse è proprio lì che Cat Power vuole portarci: in quello spazio sospeso in cui la nostalgia si trasforma in atto di resistenza.

Chan Marshall ha sempre viaggiato in direzione ostinata e contraria. Cresciuta tra gospel e ribellione, ha attraversato crisi personali, dipendenze, crolli fisici ed emotivi. Ma ha sempre ricominciato, sempre con meno orpelli e più verità. La sua musica non consola: ricorda. Scava. Restituisce.

Negli anni ha collaborato con leggende, da Karl Lagerfeld (che l’aiutò a ricostruirsi una casa e forse anche una parte di sé) a Dave Grohl. Ma è nei suoi dischi più essenziali – Moon Pix, The Greatest, Wanderer, Covers – che ha costruito una voce unica nel panorama mondiale: fatta di malinconia, di grazia disillusa, di sussurri che bucano la pelle.

Il progetto Cat Power Sings Dylan è solo l’ultimo passo di un percorso fatto più di perdite che di conquiste. Eppure, è qui che la sua voce sembra trovare il proprio posto definitivo.

Dopo Londra, Oslo, Parigi e New York, ieri il tour ha toccato il Castello di Udine, oggi sarà al Teatro Alighieri di Ravenna e domani al Teatro Romano di Verona.

Poi si prosegue verso Lisbona e il sud dell’Europa, con nuove date che non promettono intrattenimento, ma ascolto. Nessuna mossa di marketing. Nessun clamore. Solo musica. E una donna che canta il passato come se fosse l’unico modo per restare nel presente.

All’uscita, nessuno parla. Gli applausi finali non cancellano quel senso strano che ci portiamo addosso. Un’inquietudine dolce. Come se fossimo stati costretti a guardare dentro uno specchio che avevamo dimenticato.

La voce di Cat Power resta più delle canzoni. E le canzoni restano più del tempo in cui sono state scritte.

Come se anche oggi – soprattutto oggi – fosse ancora necessario chiedersi:

“How does it feel”

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