Con L’ora di ricevimento Bentivoglio porta in scena la banlieu

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L’ORA DI RICEVIMENTO

TEATRO FRANCO PARENTI MILANO

Non è facile insegnare in una classe multirazziale e multiculturale. Ma è ancora più difficile l’usuale rapporto tra insegnante e genitori degli stessi alunni.

Se potrebbe essere più semplice avviare un colloquio costruttivo ed educativo con ragazzini di 11 anni provenienti da formazioni culturali diverse,  arrivando anche ad abbassarsi al loro livello per essere accettati e rispettati, non lo è altrettanto stabilire un punto di incontro con gli adulti, la cui cultura le cui tradizioni sono totalmente radicate e sovente incompatibili l’una con l’altra.

E’ questo che si trova ad affrontare il professor Ardeche (Fabrizio Bentivoglio), insegnante di francese da trent’anni di ruolo in una scuola della periferia di Tolosa, Les Izards, popolosa banlieu dove convivono neppure tanto pacificamente razze, religioni, usanze, costumi, culture differenti.

E lo affronta ogni settimana durante l’ora di ricevimento, ogni giovedi tra le 11 e le 12, durante tutto il periodo scolastico tra settembre e giugno.

I tredici alunni vengono ben descritti, con molto colore e ironia, dal professore all’inizio dell’anno. Il professore affibbia ad ognuno di loro un soprannome, a seconda di dove i ragazzini prenderanno posto nella degradata aula il primo giorno di scuola. Abbiamo quindi Raffreddore, a Invisibile, a Rassegnata, al Boss, al Bodyguard etc. Ed è attraverso questi abituali soprannomi che Ardeche si fa un’idea delle personalità dei ragazzi, delle loro storie, azzardando anche il loro futuro.

Se gli alunni nello spettacolo sono solo descritti, ben presenti saranno invece i genitori con cui Ardeche si scontrerà, sempre con filosofica serenità e rassegnazione “indiana” (rassegnata infatti è una ragazzina indiana). Ognuno di loro, dalla spagnola, all’ebreo polacco, all’indiana, al nutrito gruppo di genitori arabi, cercherà di far rispettare la propria cultura e le proprie convinzioni razziali, spesso a sfavore della convivenza comune che il professore cerca di attuare tra gli alunni.

Indicativa e divertente la scena della preparazione all’annuale gita scolastica. Il professore viene letteralmente bersagliato di avvertenze e proibizioni da ognuno dei genitori. Quindi niente canti, niente foto, e ovviamente il cibo. Ogni cultura ha la propria legge del cibo. Per cui niente carne di maiale, niente carne non pura, niente vino ovviamente, niente formaggi che non siano stati approvati, niente pane con glutine. Ma tutti d’accordo sull’insalata.

Lo scontro più duro però lo avrà con i genitori arabi della più brava della classe che costringeranno il professore ad annullare un tema su uno scontro razziale tra ebrei e arabi avvenuto nel quartiere, perché, per loro, la figlia ha scritto opinioni non sue ma influenzate, secondo loro, dal professore stesso.

Ma il provvedimento disciplinare, con sospensione dal ruolo, il professore lo avrà per colpa di quell’insalata. Uno dei ragazzini dirà ai genitori che l’insalata è stata condita con “aceto di vino bianco” (prova una fotografia), quindi, attraverso l’aceto, i ragazzi hanno assunto il proibito vino.

Stanco di un anno di fatiche e di lotte, il professore a fine anno farà i conti con la sua coscienza, interrogandosi se ha fatto il possibile e il meglio per quei giovanissimi così uguali ma alla fine sempre diversi. Il dubbio di aver trascurato “l’invisibile” e di aver segnato in questo modo il suo futuro, lo porterà a dire a se stesso che anche quest’anno ha fallito.

Bentivoglio è un mattatore e tiene la scena, due ore e un quarto filate senza intervallo, tra sorrisi, ironia, e amarezza.

Diretto da Michele Placido, il cast di avvale della presenza di giovani attori multirazziali che hanno dato la loro personale impronta allo spettacolo e al testo ben scritto di Stefano Massini. Testo che, prendendo a prestito la realtà da decenni consolidata delle banlieux francesi, descrive una realtà sempre più presente anche nelle scuole italiane dove gli insegnanti si trovano a dover amalgamare studenti sempre più provenienti da culture e tradizioni diverse.

E, di conseguenza, affrontare le famiglie degli stessi che spesso si dimenticano che l’insegnante è comunque un essere umano con una propria storia culturale.

Al Teatro Franco Parenti di Milano

Fino a 29 ottobre

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