Presentato fuori concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Dead Man’s Wire segna il ritorno di Gus Van Sant a un cinema nevrastenico e politicamente irrequieto, capace di interrogare il presente a partire da un episodio marginale della storia americana.

Un racconto apparentemente circoscritto: un sequestro, un uomo disperato, una lunga giornata di tensione che, nelle mani del regista, si trasforma in un prisma sul rapporto tra potere, media e frustrazione sociale.

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Gli outsider di Gus Van Sant

Non sorprende che un autore come Van Sant torni a confrontarsi con figure liminali. Fin dagli esordi la sua filmografia ha raccontato outsider, individui in bilico tra vulnerabilità e ribellione.

Da Mala Noche a Drugstore Cowboy, passando per My Own Private Idaho e To Die For, fino al successo di Will Hunting – Genio ribelle, il regista ha costruito un cinema disseminato di personaggi fragili e smarriti, spesso incapaci di trovare un posto nel sistema che li circonda.

In Dead Man’s Wire questa tensione riaffiora con una particolare intensità.


Il giorno in cui tutto precipita

La vicenda si ispira a un fatto realmente accaduto nel 1977. L’8 febbraio di quell’anno Tony Kiritis entra negli uffici della Meridian Mortgage Company con l’intenzione di prendere in ostaggio il presidente della società. Il dispositivo con cui minaccia la vittima è rudimentale quanto inquietante: un fucile a canne mozze collegato al collo dell’ostaggio tramite un cavo, il cosiddetto dead man’s wire. Un gesto improvviso potrebbe repentinamente trasformare la situazione in tragedia.

A interpretare Tony è Bill Skarsgård, che restituisce un personaggio nervoso, imprevedibile ed esacerbato da un’ironia spesso spiazzante. Convinto di essere stato raggirato da una società di mutui che avrebbe sabotato un suo investimento immobiliare, l’uomo decide di compiere un gesto estremo per ottenere ciò che ritiene gli sia stato sottratto: un risarcimento economico, delle scuse pubbliche e l’immunità per il reato che sta commettendo. Non cerca soltanto giustizia, ma riconoscimento.

La situazione si complica quando Tony scopre che il presidente dell’azienda non è presente e che al suo posto dovrà trattare con il figlio, interpretato da Dacre Montgomery. È da questo momento che il film si configura come un thriller quasi claustrofobico, articolato attorno a una tensione crescente e su un costante scambio di ruoli tra vittima e aggressore.


Tra vittima e aggressore

Van Sant, scevro da giudizi espliciti, si addentra in una zona grigia in cui le ragioni dei personaggi si sovrappongono e si contraddicono. Tony assume i tratti tanto di uomo affranto quanto di un narcisista alla ricerca di visibilità; l’ostaggio, invece, da figura inizialmente passiva, diventa emblema di un potere economico astratto e inaccessibile. Il conflitto non si dispiega più soltanto tra due individui, ma tra un cittadino frustrato e un sistema finanziario percepito come distante e manicheo.

Il film confluisce così in una riflessione sulle promesse infrante del sogno americano. Tony crede di poter controllare la situazione, sconquassando i rapporti di forza grazie a un gesto spettacolare, ma il mondo che lo circonda sembra rispondere con un’indifferenza quasi cinica.

In questo scenario entra in gioco la dimensione mediatica: televisione, microfoni e telecamere diventano la crasi da cui l’intera vicenda si sviluppa e deflagra. Il filo del telefono, con cui Tony parla con un DJ radiofonico di cui è fan, con la polizia e con i giornalisti, diventa quasi prodromo della rete comunicativa che avvolge l’intera storia. La presenza dei media da un lato offre a Tony l’attenzione che tanto agogna, dall’altro tramuta la sua protesta in un evento spettacolare.


La rivoluzione non sarà televisiva

Non è un caso che il film si chiuda sulle note di The Revolution Will Not Be Televised di Gil Scott-Heron, uno dei manifesti musicali più celebri degli anni Settanta. La scelta musicale suggerisce una lettura quasi ironica della vicenda: la rivoluzione, ci ricorda la canzone, non può essere ridotta a un evento televisivo. Tony, però, sembra credere esattamente il contrario. Sogna una rivoluzione personale, costruita davanti alle telecamere, nel tentativo di dare voce a tutti coloro che si sentono traditi dal sistema.

Van Sant scruta tutto questo con uno sguardo quasi analitico, demandando allo spettatore il compito di orientarsi in un mondo tanto entropico quanto disincantato, che pullula di aggressori e vittime che finiscono inevitabilmente per confondersi.

Alla fine Dead Man’s Wire si rivela un ritratto amaro di una società reticente nell’offrire risposte. È un film febbrile e profondamente contemporaneo, che sfrutta una storia del passato per raccontare un presente erratico nel quale frustrazione sociale, spettacolarizzazione mediatica e desiderio di visibilità sono elementi preponderanti.

In fondo, sembra suggerire Van Sant, la vera rivoluzione non passa dalla televisione, ma dal modo in cui scegliamo di guardare il mondo.

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