Nel 1977 il fotografo e cineasta Raymond Depardon realizza San Clemente, una serie fotografica e poi un film-documentario girato nell’ospedale psichiatrico sull’isola di San Clemente, a Venezia. Le immagini sono essenziali, frontali, prive di commento esplicativo: corpi che abitano lo spazio dell’istituzione, volti che cercano uno sguardo, gesti ripetuti in un tempo sospeso. È il racconto di una quotidianità colta nell’istante che precede la fine del manicomio come istituzione storica.

San clemente
1982
Real : Raymond Depardon
Real : Sophie Ristelhueber
Collection Christophel © Double D Copyright Films

Le immagini nascono all’interno di un clima politico e culturale profondamente segnato dal pensiero di Franco Basaglia, che proprio in quegli anni stava conducendo a compimento la più radicale riforma psichiatrica del Novecento europeo. Basaglia non è l’autore di San Clemente, ma ne costituisce il fondamento etico e storico: le immagini esistono perché l’istituzione manicomiale è già stata messa in crisi, resa visibile, esposta allo sguardo pubblico.

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Franco Basaglia e la messa in discussione dell’istituzione

Basaglia aveva affermato con chiarezza che il problema non era la follia in sé, ma il sistema che pretendeva di governarla attraverso la segregazione.
«Il manicomio non è il luogo della cura, ma il luogo della custodia», scriveva, denunciando la funzione repressiva dell’istituzione psichiatrica.

La celebre «La libertà è terapeutica» è una frase che sintetizza l’idea rivoluzionaria secondo cui la restituzione di diritti, parola e responsabilità è già di per sé un atto di cura.

In San Clemente questa critica prende forma visiva. Depardon non analizza, non interpreta, non spiega: mostra. Il manicomio si manifesta come spazio chiuso, autoreferenziale, regolato da un tempo che sembra non produrre né passato né futuro. È l’immagine concreta di ciò che Basaglia intendeva quando affermava che l’istituzione totale «trasforma l’uomo in cosa».


Raymond Depardon: biografia di uno sguardo

Raymond Depardon nasce nel 1942 a Villefranche-sur-Saône, in Francia. Fotografo, cineasta e giornalista, è uno dei fondatori dell’agenzia Gamma e membro dell’agenzia Magnum Photos. Fin dagli esordi il suo lavoro si concentra sulle istituzioni, sui margini della società e sui dispositivi di potere: ospedali psichiatrici, tribunali, carceri, polizia, mondo contadino.


Gorizia: il luogo simbolico della rottura

Il legame tra San Clemente e Gorizia non è geografico ma profondamente simbolico. È qui, nei primi anni Sessanta, che Basaglia avvia la prima, decisiva frattura con il modello manicomiale tradizionale. A Gorizia il manicomio viene aperto, attraversato, discusso; diventa oggetto di conflitto politico e culturale, spazio di sperimentazione radicale.

La mostra ospitata a Gorizia si colloca all’interno di questa eredità. Mettere in dialogo il film di Depardon con il contesto goriziano significa riconoscere che immagini, cinema e fotografia non sono stati semplici strumenti di documentazione, ma parte integrante del processo di trasformazione. Rendere visibile il manicomio è stato un atto politico.


L’immagine come responsabilità

Le immagini di Depardon non chiedono compassione, ma attenzione; non offrono risposte, ma pongono una domanda ancora aperta: che cosa accade quando una società delega la gestione della sofferenza a un’istituzione chiusa?

La mostra di Gorizia riattiva oggi questa domanda. Non come commemorazione, ma come esercizio critico. In un tempo in cui nuove forme di esclusione e controllo rischiano di riprodursi sotto altre sembianze, il dialogo tra Basaglia e Depardon ci ricorda che la chiusura dei manicomi non è stata solo una riforma sanitaria, ma una trasformazione radicale dello sguardo sull’umano.

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