Quasi dieci anni fa, a luglio, ho sottoscritto il mio primo abbonamento a Netflix per un motivo molto semplice: Gilmore Girls. Non c’era nessuna strategia culturale dietro, nessuna visione sul futuro dei media. Solo il desiderio – potentissimo – di rivedere Una mamma per amica quando volevo, dove volevo, senza DVD nello zaino e senza sottostare ai capricci del palinsesto televisivo.

Oggi, a distanza di dieci anni, mi rendo conto che quel gesto apparentemente banale non era solo un’abitudine che cambiava, ma l’inizio di un modo completamente nuovo di vivere il racconto audiovisivo.

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Quando Netflix arrivò in Italia – era il 22 ottobre 2015 – prometteva di “spegnere per sempre la tv”. Una frase che allora suonava quasi provocatoria. In realtà, lo sappiamo, non ha spento nulla: ha solo spostato il centro di gravità. Dal televisore al telecomando, dal palinsesto allo spettatore, dall’attesa all’immediatezza. Per la prima volta eravamo noi a decidere il ritmo delle storie. Un episodio, cinque, un’intera stagione. Non importava l’orario, non importava il luogo. Importava solo il desiderio.

Da lì in poi, tutto è cambiato. Il binge watching è diventato normale, quasi inevitabile. Le serie hanno smesso di accompagnarci una volta a settimana e hanno iniziato a invaderci le giornate, le notti, i weekend. Non “guardavamo” più una serie: ci vivevamo dentro. E quando finiva, spesso rimaneva una sensazione nuova, quasi di vuoto, che prima non conoscevamo.

Ma se il come è cambiato radicalmente, il perché è rimasto sorprendentemente uguale. Continuiamo a cercare conforto, evasione, riconoscimento. Continuiamo a legarci ai personaggi come se fossero persone reali. Continuiamo a voler condividere ciò che amiamo. Solo che oggi lo facciamo sui social, nei messaggi vocali, nei meme, nei thread infiniti del “hai visto anche tu?”. La visione è diventata individuale, ma il racconto è rimasto collettivo.

Netflix, però, è stato solo l’inizio. In dieci anni lo streaming si è moltiplicato, frammentato, specializzato. Disney+, Prime Video, Apple TV+, piattaforme più piccole e più curate: oggi non manca l’offerta, manca semmai il tempo. Siamo passati dall’attesa all’abbondanza, e l’abbondanza ha un prezzo. Guardiamo tantissimo, ma ricordiamo meno. Le storie scorrono veloci, spesso consumate e archiviate nel giro di pochi giorni.

Anche le produzioni si sono adattate a questo nuovo ecosistema. Le serie sono più brevi, più dense, pensate per catturare subito. I film hanno preso due strade diverse: o diventano grandi eventi da sala, esperienze spettacolari da vivere insieme, oppure trovano nello streaming uno spazio più libero, meno vincolato dal botteghino. Il cinema non è morto, ma ha smesso di essere l’unica casa possibile. La sala è tornata a essere un rito, non un’abitudine.

E io? Io continuo a guardare. Continuo ad affezionarmi. Continuo, ogni tanto, a fare binge watching senza vergogna. Perché se è vero che la tecnologia ha cambiato tutto, è anche vero che alcune cose resistono. Il piacere di una buona storia. Il bisogno di riconoscersi. Il desiderio di premere “play” per staccare dal mondo, o per capirlo un po’ meglio.

Forse il futuro sarà più sobrio, meno compulsivo. Forse impareremo di nuovo ad aspettare. O forse no. Ma una cosa è certa: tra dieci anni non ricorderò quante piattaforme avevo attive, né quanti algoritmi mi suggerivano cosa guardare. Ricorderò le serie che mi hanno fatto compagnia, i film che mi hanno emozionata, e quella sensazione precisa di libertà provata la prima volta che ho capito che la storia poteva aspettare me.


Dieci anni fa ho premuto “play” per Lorelai e Rory. Senza saperlo, stavo solo iniziando a guardare il futuro.

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