E’ uno spettacolo delicato, intenso, forte, profondo “Mio nonno è morto in guerra”, pièce di teatro canzone portato in scena da Simone Cristicchi, dopo il successo di “Magazzino 18” in cui raccontava la storia poco o per nulla conosciuta dei profughi istriani al termine della seconda guerra mondiale.

“Mio nonno è morto in guerra” (visto al Teatro Menotti di Milano)  è un collage di racconti sulla seconda guerra mondiale, testimonianze raccolte da Cristicchi, partendo da quella più vicino a lui, suo nonno, soldato nella campagna di Russia. Storie vere, storie di tanti reduci o di parenti dei caduti che sono ancora in vita, testimonianze di chi la seconda guerra mondiale l’ha vissuta sulla propria pelle  e su quella porta e porterà sempre le cicatrici. Di chi, pur restando vivo, in quella guerra c’è morto.

Ecco quindi il ragazzino romano che giocava a palla, una palla di stracci che non rimbalzava. Due fratelli piccoli che restano gravemente feriti. Uno di loro, rimessosi completamente, diventerà poi un calciatore della Roma.

Ecco la sorella di un morto in guerra, in Russia, che dopo 60 anni si vede arrivare la piastrina di riconoscimento del fratello.

Ecco il partigiano scampato alla morte per ben due volte, che ha perso tutti i suoi compagni e la sua morosa.

Ecco i profughi istriani, tacciati di essere fascisti che volevano fuggire dal governo comunista jugoslavo, ma che in realtà volevano solo restare in patria, in Italia, per cui raggiungevano le coste friulane nella speranza di rifarsi la vita nella loro Patria natale.

Ecco il ricordo del militare ferito in Russia che ricorda di una donna ucraina che cercava di accudire gli italiani feriti all’interno di un accampamento dove mancava tutto, anche l’acqua. Acqua reperibile solo in un pozzo tenuto però sotto assedio da un cecchino nemico. La donna, per accontentare un soldato che chiedeva solo un po’ d’acqua, va verso il pozzo, ma non riconosciuta dai suoi stessi connazionali, viene uccisa con una fucilata.

Cristicchi (come sono lontani i tempi in cui cantava “Vorrei cantare come Biagio Antonacci”) è un artista a tutto tondo, sensibile e forte.

Con questo spettacolo vuole tenere viva la memoria di chi ha fatto la nostra storia, di chi è morto per la nostra libertà, di chi è morto per un ideale, un cambiamento. E lo fa senza mezzi termini, senza intermediazioni. Perché c’è ancora chi crede senza pudore che il periodo fascista si sia svolto nel 1964 (episodio ripreso dal quiz preserale di Carlo Conti).

Invece la storia siamo noi (come canta Cristicchi riprendendo sul finale “La Storia” di Francesco De Gregori), la storia sono loro…perché è la gente che fa la storia.

Dovrebbero rendere obbligatoria la visione di questo spettacolo a chi ha meno di 30, 35, 40 anni. Per non dimenticare, per conoscere, per imparare quello che i libri di scuola non raccontano. I nonni, i bisnonni dovrebbero andarci con figli e nipoti e pronipoti. Ognuno di noi ha avuto un nonno morto in guerra.

Simone Cristicchi tornerà a Milano, al Teatro Carcano, all’inizio della prossima stagione con “Magazzino 18”.

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