Solo per la serata del 7 dicembre, il teatro Verdi di Muggia ha ospitato Oscar Wilde e il suo “L’importanza di chiamarsi Ernesto” con la brillante regia di Geppy Gleijeses

Brillante, raffinato, intelligente, esilarante e seducente. Tutto questo e molto altro era Oscar Wilde, uno degli autori e dei drammaturghi più importanti e talentuosi di tutti i tempi. Vissuto nella seconda metà dell’800, Wilde amava commentare in modo pungente ogni aspetto della società inglese che lo circondava. Dai nobili al popolo, dagli intellettuali ai religiosi alla gente comune, nessuno si salvava dall’affilata lama della sua penna. “L’importanza di chiamarsi Ernesto” è l’esempio lampante del suo spirito arguto, un’opera da molti definita la “commedia perfetta”. Ricca di mille sfumature, unisce una trama intricata ed esilarante ad una retorica raffinata e brillante che scava nel profondo dello spirito umano e ne punge i punti deboli. Solo Wilde può far sbocciare simili fiori variopinti da una critica sociale tanto efferata e solo lui sa trafiggere con le parole più belle senza mai perdere il sorriso sulle labbra.
La commedia
“L’importanza di chiamarsi Ernesto” racconta la storia di Jack Worthing, ricco gentleman inglese dalla doppia vita. Quando veste i panni di Jack, vive in campagna un’esistenza moralmente ineccepibile e assolve i suoi doveri di tutore della giovane Cecily Cardew, nipote di Mr. Thomas Cardew, padre adottivo di Jack. Una volta in città, invece, diventa Ernest e può dedicarsi ai suoi svaghi sotto mentite spoglie. Ed è proprio in quanto Ernest che si innamora e chiede la mano di Lady Gwendolen Fairfax, cugina di Algernon Moncrieff, amico di vecchia data di Jack. Tuttavia, Algernon presto scopre la vera identità di Jack e lo segue di nascosto nella sua tenuta in campagna, dove si finge suo fratello di nome Ernest e si innamora di Cecily. Tra bugie ben elaborate e spassose incomprensioni, le cose si complicano quando Gwendolen e Cecily finiscono per incontrarsi e arrivano a credere di dover sposare lo stesso uomo, Ernest.
Ernesto risorge dopo quasi 30 anni
È iniziata a metà ottobre la tournée della meravigliosa produzione Dear Friends, ArtistiAssociati – Centro di produzione teatrale con cui il regista Geppy Gleijeses e la sua compagnia hanno portato in tutta l’Italia “L’importanza di chiamarsi Ernesto”. Tuttavia, la loro storia insieme inizia molto prima. Già nel 2000, lo stesso spettacolo venne proposto dalla compagnia di ArtistiAssociati, quella volta capitanata dal regista Mario Missiroli, con Geppy Gleijeses nei panni di John Worthing e Lucia Poli come Lady Bracknell. Il successo fu tale da infrangere ogni record di presenze al Teatro della Pergola di Firenze, al Teatro Goldoni di Venezia e in molti altri.
Dopo tanti anni senza una produzione importante dell’opera, Geppy Gleijeses ha ripreso in mano il copione e l’ha rispolverato per farlo brillare di nuova vita. Il dramma di Oscar Wilde è sublime e senza tempo. Riesce a far ridere tanto quanto fa riflettere e sembra parlare in modo chiaro e preciso a noi tanto quanto lo faceva con i suoi contemporanei. Ieri come oggi possiamo notare la stessa ipocrisia, l’ossessione per la forma più che per l’essenza, il bisogno di maschere che ci rendano diversi da ciò che veramente siamo, la costruzione di facciate che nascondano il marcio che sta dietro. Tuttavia, per quanto un’opera possa essere un classico, quasi due secoli di rappresentazioni possono portare alla noia. Questa nuova edizione è riuscita a rinnovare l’opera, a renderla fresca nella sua perfezione di classico, senza però snaturarla. Non un briciolo del genio di Wilde è stato perso o portato a estremi farseschi. Si è giocato tuttalpiù su una regia sapiente e un cast esuberante che insieme hanno saputo coniugare l’approfondita conoscenza del testo ad un’espressività irresistibile.
Geppy Gleijeses ora è il capitano della nave
Attore, regista e autore, Geppy Gleijeses è uno degli artisti italiani più apprezzati e talentuosi della scena teatrale. Iniziò la sua carriera da giovanissimo, lavorando con il grande Eduardo De Filippo, e già a vent’anni iniziò a curare la regia delle proprie rappresentazioni. Adorato dalla critica, è stato a lungo il più giovane capocomico italiano e ha quindi imparato ad orchestrare uno spettacolo come fosse una sinfonia, curando le interpretazioni, il ritmo, i dettagli con la massima cura e sapienza, equilibrando creatività e precisione. Inoltre emerge anche la sua grande esperienza nel teatro comico e il fatto che ben conosca “L’importanza di chiamarsi Ernesto” dopo averlo interpretato nel 2000. Così in questa nuova edizione di “L’importanza di chiamarsi Ernesto”, Gleijeses è abbastanza sapiente da potersi permettere di rinfrescare l’opera. Non cerca di imitare i ben numerosi modelli precedenti, ma modella il testo secondo il talento specifico degli interpreti e lo rinnova con misura. Il ritmo vivace e la spinta espressiva non cadono mai nella farsa, ma allo stesso tempo iniettano una dose di esuberanza che permette al testo di non adagiarsi sulla tradizione passata o di apparire rigido e affettato.
Un cast irresistibile
Giorgio Lupano interpreta John Worthing, raccogliendo il ruolo lasciato in eredità da Geppy Gleijeses in maniera brillante. La sua espressività e la sua vitalità sono dirompenti e donano al personaggio del gentleman inglese una vena audace e giocosa non comune alle interpretazioni precedenti. Lupano però sa come non esagerare e come conservare la raffinatezza del suo personaggio, risultando quindi affascinante eppure anche incredibilmente divertente.
Lucia Poli, grande stella dello spettacolo italiano, vanta una ricchissima carriera a teatro come al cinema. Interprete potente ma anche capocomica e autrice, di lei dicono che mischi “la verve comica alla più raffinata ironia satirica” e non c’è interprete migliore per dar vita a Lady Bracknell. Poli mantiene tutto il contegno sublime e raffinato della Lady, pur dando prova di una sagacia graffiante e a tratti stupendamente scorretta che in lei diventa esilarante. Si trova a suo agio in un personaggio che ha imparato a conoscere negli anni e ciò le permette di esprimere in maniera vivace e spontanea le battute mordaci che Wilde affida in grande misura a Lady Bracknell.
Luigi Tabita veste i panni di Algernon Moncrieff e insieme diventa l’alter ego dello stesso autore Oscar Wilde, riuscendo in maniera squisita a far emergere il suo spirito arguto e dissacrante. La riuscitissima unione tra le due figure da parte di Tabita è una soluzione creativa e affascinante per chi ama il lavoro di Wilde e sarebbe potuta facilmente sfociare nel manierismo se non fosse stato per l’equilibrio di Tabita tra esuberanza e classe. Un equilibrio possibile solo grazie ad una comprensione profonda dell’anima del drammaturgo oltre che della sua opera.
Maria Alberta Navello ha interpretato Lady Gwendolen Fairfax con una potenza sferzante che ha infuso il fuoco nel ruolo classico della giovane innamorata. Con brio ha saputo rischiare e divertirsi con il suo personaggio, facendo emergere una sorprendente giocosità, una grande forza e allo stesso tempo una grazia che hanno reso Gwendolen Fairfax irresistibile.
Giulia Paoletti è stata Cecily Cardew e nonostante la giovanissima età ha saputo imporsi con grandi energia ed eleganza sul palcoscenico. Ha dato così prova di uno spirito esuberante che sa muoversi tra le arguzie del testo di Wilde senza venirne risucchiata, ma anzi rispondendo con altrettanto brio.
Un nome, molti significati
“L’importanza di chiamarsi Ernesto” contiene moltitudini, è una scoperta continua tra strati e strati di ironia, sentimentalismo, commenti taglienti alla società e riflessioni profonde sullo spirito umano. L’opera debuttò il 14 febbraio 1895 a Londra e nonostante lo strabiliante successo dovette interrompersi presto a causa del processo contro Oscar Wilde. A tratti la trama, le battute o i personaggi sono stati accusati di essere superficiali o assurdi, ma qui sta l’intenzione dell’autore. Wilde voleva far emergere l’ipocrisia e il vuoto perbenismo della buona società dell’Inghilterra ottocentesca, più preoccupata delle apparenze e delle convenzioni che dell’essenza e della verità. Dal 1895, l’opera ha continuato a incantare il pubblico di ogni luogo e ogni tempo, svelando la verità dell’animo umano ieri come oggi, dove la società dell’apparire, del consumo e dei social media spesso ci fa perdere di vista la sostanza delle cose. Ancora oggi “L’importanza di chiamarsi Ernesto” ci fa sorridere e riflettere, riuscendo a conservare il proprio fuoco intatto e costantemente accesso anche grazie ad artisti che sanno come rinnovarlo con amore e sapienza.





