C’è una parola che attraversa Echoes of Unity come una corrente sotterranea, senza mai trasformarsi in slogan: liminalità.
Non come concetto astratto, ma come condizione vissuta, condivisa, che dura nel tempo.

La mostra collettiva, presentata ieri 10 Gennaio, per la prima volta a Trieste alla Sala Comunale d’Arte, nasce da un processo lungo e stratificato, che ha coinvolto nove artiste ucraine e un lavoro curatoriale sviluppato nell’arco di sei mesi. Le opere esposte non esistevano prima: sono il risultato di un tempo concentrato di riflessione collettiva, scambio e presa di rischio, maturato all’interno di uno spazio di emergenza che è insieme politico, esistenziale e creativo.

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Il curatore Jan Van Woensel della mostra racconta di essersi imbattuto, quasi per coincidenza, in una bozza di dichiarazione collettiva intitolata Liminal state, mentre stava lavorando a una ricerca sulla dislocazione e sul nomadismo esistenziale. Le testimonianze raccolte nel suo saggio del 2024 parlavano di una sensazione ricorrente tra gli artisti ucraini costretti a lasciare il proprio luogo d’origine: vivere in un luogo per necessità, sentendosi però altrove; abitare due spazi contemporaneamente senza appartenere davvero a nessuno dei due.

È proprio questo stato di sospensione

“essere nel processo di partenza e di arrivo, senza che nessuna delle due fasi sia completata”

a costituire il terreno comune di Echoes of Unity. Non una transizione breve, ma una presenza prolungata in uno spazio indefinito, capace di modellare identità, relazioni e pratiche artistiche.

Nel rispetto delle scelte artistiche delle autrici, l’allestimento italiano è affidato a Linamaria Palumbo, che ha lavorato sulla costruzione di una narrazione espositiva capace di tenere insieme spazio, opere e percorso del pubblico.

All’interno della mostra, la liminalità prende forma attraverso linguaggi diversi ma comunicanti. All’ingresso, le cianotipie di Kristina Mos si presentano come tracce instabili, memorie che non si offrono mai come documento definitivo. Il corpo entra poi in scena come luogo di frattura e consapevolezza nei lavori di Tetiana Nyshchun, mentre la pittura di Susanna Mikla e il lavoro di Vitaliia Kalmutska scavano più in profondità nel rapporto tra memoria culturale, radice e custodia.

La parete centrale, occupata dall’installazione di Nataliya Teslenko, diventa una soglia esplicita: superfici leggere, ricamate, vulnerabili, che non separano ma espongono.

Nella nicchia, la grande tela di Aia Kora ancorata all’architettura nella parte alta e centrale, suggerendo una permanenza instabile, un discorso in evoluzione. L’ opera di Ellaya Yefymova e le sculture di Vik Shpetna restituiscono invece la liminalità come tensione fisica, come equilibrio precario tra peso e sospensione.

Il percorso si chiude con 92 Days di Vlada Lobus: un lavoro sul tempo e sull’attesa, che rifiuta la logica dell’immagine immediata e chiede allo spettatore di sostare, di rallentare, di abitare il processo.

L’intero processo si inserisce all’interno di un ampio progetto un progetto cofinanziato da Creative Europe che coinvolge nove artiste ucraine sfollate a causa della guerra, oggi residenti in Italia, Polonia e Portogallo. L’iniziativa ha l’obiettivo di sostenere queste artiste nella loro ricerca artistica e professionale, favorendo reti di collaborazione internazionale e offrendo visibilità ai loro lavori in diversi contesti europei. Le organizzazioni coinvolte sono la Biblioteca Lucio Craverio Da Silva (BLCS) – Braga, Portogallo; Mimma Dreams APS – Trieste, Italia, Fundacja Varsztatovnia di Varsavia, Polonia, Institouto Anaptixis Epicheirimatikotitas Astiki Etaireia ASTIKI (iED) di Larissa, Grecia.

Echoes of Unity non propone una narrazione risolutiva, né cerca una forma di consolazione. Al contrario, rende visibile una condizione di emergenza che non è solo individuale, ma strutturale. Come ricorda il curatore, lavorare oggi con artiste ucraine significa confrontarsi con una guerra che sta entrando nel suo quarto anno, e con la necessità, ancora largamente disattesa, di un sostegno concreto e continuativo da parte delle istituzioni europee.

Perché Echoes of Unity non è solo una mostra è una presa di posizione. E il momento di rendersene conto è adesso.

La mostra sarà visibile nella Sala D’arte comunale, in piazza Unità d’Italia a Trieste, fino al 20 Gennaio dalle 10.00/13.00 – 17.00/20.00; dal 21 Gennaio al 10 Febbraio in Sala Fittke 15.30/17.30- Ingresso Libero

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