Per la regia di Elena Sbardella, fino al 3 dicembre va in scena al teatro della Cometa di Roma I ♥ ALICE ♥ I di Amy Conroy con Ludovica Modugno e Paila Pavese.

Questo testo semplice eppure sorprendente vede la luce al Fringe Festival di Dublino nel 2010 ed è subito fra i vincitori di ben due premi. L’autrice Amy Conroy, già interprete e regista, è alla sua prima prova di scrittura, ma possiede una maturità e una consapevolezza della drammaturgia della parola che stupiscono. E così l’allestimento curato dalla sua compagnia HotForTheatre vola al Dublin Theatre Festival, all’Irish Arts Centre di New York, al LÓKAL Festival Iceland, al Glasgay Festival di Glasgow, al Queer Theatre Festival in Croazia, al Centre Culturel Irlandais di Parigi e infine al World Theatre Festival a Brisbane per proseguire all’Auckland Arts Festival in Nuova Zelanda. Dopo la messa in onda radiofonica su RTE Radio One, è stato inoltre tradotto e allestito in Polonia e pubblicato da Oberon.

All’interno del lungo elenco di paesi non poteva mancare l’Italia, in un primo allestimento per la rassegna Trend presso il teatro Belli, ora ripreso e modificato nell’impianto scenografico presso il teatro della Cometa per la regia di Elena Sbardella.

Il luogo scenico è facilmente riconoscibile: un teatro in cui si svolge una prova.

La scenografia, infatti, è costruita attraverso citazioni dell’edificio teatrale, sfruttato fino ai muri nudi dello sfondo, mentre strutture tecniche e scale a pioli, fari a vista e sedie dall’aria di trovarobato si alternano a foto e foglietti di carta sparsi per tutto il palco. Le due protagoniste arrivano dalla platea, mentre le luci di sala ancora sono accese. Perché entrambe sono persone comuni che vogliono (o forse devono) parlare alla stessa gente in sala, raccontando la loro storia, il loro passato, realizzando così un simpatico coming out che a tratti scatena l’ilarità e a tratti la commozione.

Il testo, nella efficace traduzione di Natalia Di Giammarco, infatti racconta la vita di due donne di nome Alice, l’una consapevolmente lesbica, l’altra timidamente bisessuale. Entrambe si sono amate con sincerità e seguitano a farlo anche nel tenero finale, confrontandosi con gli ostacoli e le contraddizioni della vita, fin da giovani.

Ora che per caso sono state notate da una regista in un supermercato nell’atto di baciarsi, si sono ritrovate catapultate lì, su un palco, a raccontare, in una sorta di doppio monologo allo specchio, le loro esistenze fatte di tradimenti, di passioni, di piccoli litigi, di malattie, di grandi tragedie, di paure e di amicizie.

Soprattutto, però, si scoprono ancora innamorate, profondamente l’una dell’altra, persino davanti al mondo, senza vergogna e senza mezze misure.

La traduzione non svilisce i legami con l’Irlanda e l’Inghilterra, fatti di citazioni quotidiane, luoghi, nomi e periodi storici, ma anzi riesce a integrarli senza fratture. Per questo l’impressione che si ha è di partecipare ad uno dei tanti Festival internazionali, lontano dalle scelte spesso limitate e limitanti di alcuni cartelloni romani.

A orchestrare tutto questo è Elena Sbardella che fa muovere le due protagoniste in questo spazio del ricordo, incompleto e affollato di oggetti, creando pose plastiche attraverso i gesti e l’illuminazione, laddove le voci delle due riescono da sole a rendere ogni sfumatura dei ricordi.

Ludovica Modugno e Paila Pavese, infatti, possiedono il dono di due voci naturalmente complementari, nel suono e nello stile, che si sposano alla perfezione. Con queste, dipingono due personaggi simpatici e teneri, ironici, ma anche profondamente partecipi, certo consapevoli delle proprie scelte. Più decisa la prima, che tiene anche con maggiore sicurezza le fila del racconto, più simpatica la seconda, cui viene affidata più spesso la battuta, il vezzo scenico, l’ammicco al pubblico, amplificati da espressioni comiche fino all’inverosimile, ma sempre nella misura.

Elena Sbardella

Unico neo, forse, è l’eccessiva staticità di queste due donne: ma la causa è presto trovata. Infatti esse sono due persone qualunque e questo loro movimento impacciato, metodico e prestabilito altro non è se non l’imbarazzo e la limitatezza di due donne non inclini a raccontarsi in pubblico.

In quest’ottica, tutto fila perfettamente.

Il tema dell’omosessualità poi, che pure è centrale, viene toccato realmente da Elena Sbardella solo in tre o quattro episodi biografici: le prime avventure, la storia con un’amante, la loro prima volta a letto e una coppia di amici gay morti in un incidente stradale.

Sulla morte ci si attarda un po’ di più, come per esorcizzare la paura di perdere l’altra, per cui anche il solo parlarne evita di immaginare una spaventosa solitudine.

Per il resto è vita vera, vista con gli occhi di chi sa osservare, senza giudicare.

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