Enrico Cecchetti. Lettere 1922-1928

di Giannandrea Poesio

 

Le lettere riprodotte e discusse nel presente titolo (132 pagine, Joker Editore, Collana “DiscourDance”) sono quelle che il M° Enrico Cecchetti scrisse e ricevette fra il 1922 e il 1928, anno della sua morte.

Uomo e artista meticoloso, Cecchetti conservava annotazioni, brutte copie e minute di quasi tutti le sue lettere, lasciando così ai posteri una corrispondenza quasi completa con molti dei suoi colleghi, amici e allievi.

Enrico Cecchetti
Enrico Cecchetti

L’analisi di questi scritti getta quindi nuova luce su momenti salienti nella vita e nella carriera dell’ormai leggendario artista di danza e sulla sua interazione con personaggi quali Cyril Beaumont, Sergej Diaghilev, Riccardo Drigo, Pierina Legnani, Serge Lifar, Lydia Lopokova, Leonide Massine, Marie Rambert, Lydia Sokolova ed Anna Pavlova.

Enrico Cecchetti è visto da molti come l’artista di danza che, grazie alla formulazione di un metodo tutt’oggi didatticamente e pedagogicamente valido, ha perpetuato i canoni artistici di una tradizione ballettistica che sarebbe andata altrimenti perduta.

Questa fama la si deve soprattutto alla pubblicazione, nel 1922, di “A Manual of the Theory and Practice of Classical Theatrical Dancing”, vera e propria consacrazione a livello internazionale delle sue abilità pedagogiche – peraltro già lodate pubblicamente da stelle quali Anna Pavlova, Vaslav Nijinsky, Tamara Karsavina, Leonide Massine e, più tardi, Serge Lifar.

Il “Manual” – come viene chiamato familiarmente dai molti insegnanti del metodo e all’interno della “Cecchetti Society” – è la prova tangibile del genio dell’uomo, nonché uno straordinario testamento artistico. Sarebbe tuttavia un errore considerare l’importanza storica di Cecchetti come circoscritta soltanto al suo contributo pedagogico.

Uno degli aspetti più interessanti e significativi di Cecchetti come artista è infatti la malleabilità con la quale il celebre danzatore seppe adattarsi ai disparati e spesso contrastanti contesti artistici nei quali si trovò ad operare.

Formatosi all’interno della tradizione del ballo italiano, l’artista si mosse ecletticamente fra i canoni del ballo pantomimo inglese di fine Ottocento, il Balletto Imperiale russo, le formule teatrali volute da Anna Pavlova per i suoi recital coreografici e, infine, i “Ballets Russes” di Sergej Pavlovich Diaghilev.

Per quanto possa sembrare straordinario, questo modo unico, camaleontico di rispondere e corrispondere con ineguagliabile facilità alle radicali differenze stilistiche ed estetiche di quei contesti, rimane un argomento poco studiato, soprattutto grazie agli insegnamenti grossolani e le facili equazioni di un’ormai arcaica storia della danza che continua a rifiutarsi di accettare differenziazioni culturali, artistiche, stilistiche e sociali.

Non deve quindi sorprendere se quello che si sa oggi di Cecchetti deriva quasi esclusivamente da fonti obsolete e storicamente discutibili.

I primi studi biografici, quello di Olga Racster (1922) e quello di Cyril Beaumont (1929), furono scritti in un’epoca in cui barriere geografiche e politiche ponevano seri limiti a qualunque ricerca storica di fonti primarie.

Gli autori si dovettero pertanto basare pertanto sui ricordi dello stesso Cecchetti, che non brillavano certo per accuratezza e obiettività storica.

Il fatto che ciascuno di questi autori avesse incontrato e conosciuto Cecchetti dopo il suo ritorno in Occidente, inoltre, influenzò non poco quelle pubblicazioni.

I primi anni in Italia del Maestro quindi sono stati spesso trattati in maniera frettolosa e storicamente inesatta. Lo stesso può essere detto di tutti quegli eventi che non furono studiati grazie all’esistenza di una “cortina di ferro”.

Anche Vincenzo Celli, uno degli allievi di Cecchetti, non riuscì a liberarsi dell’aneddotica nella monografia pubblicata da “Dance Index” (1946), nel quale si trovano riprodotti molti degli aneddoti citati sia dalla Racster che da Beaumont.

Nonostante considerazioni più accurate ed uno strato sottile di ricerca storica (soprattutto per quanto riguarda il ballo italiano) anche quel saggio monografico rimane indissolubilmente radicato nel “sentito dire”.

Problema, questo, che non sembra aver turbato le seguenti generazioni di storici, che hanno attinto in modo più o meno indiscriminato a quegli scritti come resoconti inconfutabili ed accurati, perpetuando così i numerosi luoghi comuni che, purtroppo, influenzano ancora oggi il modo in cui Cecchetti è conosciuto nel mondo.

L’autore

L’autore del libro, Giannandrea Poesio, recentemente scomparso, è stato direttore del “Research Institute for Media, Arts and Performance” presso la “Univeristy of Bedfordshire”, in Inghilterra.

Per vent’anni è stato critico del settimanale inglese “The Spectator” e collaboratore della rivista internazionale “Dance Europe”.

Come storico di danza ha lavorato per compagnie e teatri quali il “Royal Ballet” e la “Royal Ballet School” di Londra, il “Theatre Royal” a Bury St. Edmonds, la “Theatre Academy” di Helsinki, il “Conservatoire de Boulogne-Billancourt” a Parigi, il “Teatro Alla Scala” di Milano.

La casa editrice

La casa editrice, Joker, ha sede a Novi Ligure, in provincia di Alessandria, in Piemonte. Pubblica poesia, narrativa, saggistica.

La Joker, attraverso un comitato scientifico composto da noti studiosi e scrittori, produce letteratura contemporanea dando alla stampa opere di esordienti o emergenti capaci di portare, principalmente nel campo della poesia, il provvidenziale soffio di rinnovamento che da sempre esige l’arte della scrittura.

Niente classici né opere già edite, dunque, ma un’accurata diffusione presso critici, riviste e lettori professionali.”

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