Espacio Colombia: spazio ai cortometraggi

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Il Festival del Cinema Ibero Latino Americano di Trieste è…Corto! No, non nel senso di breve, ma di cortometraggio. Protagonista della sezione Spazio Colombia, dentro la quale sono stati proiettati, nella serata di giovedì, tre cortometraggi presso la Sala Birri del Teatro Miela Bonawentura.

Spazio Colombia

Ogni anno il Festival sviluppa un focus sulla cinematografia di un paese dell’America Latina, per sottolinearne la qualità delle produzioni.

Quest’anno lo spazio è dedicato alla Colombia. Espacio Colombia accende un riflettore su un cinema che finora ha avuto pochissima presenza in vetrine internazionali, una presenza però che è in costante aumento e con notevoli progressi. 

Anche grazie a una legge sul cinema approvata nel 2003 e a cineasti come Ciro Guerra, considerato il miglior regista della sua generazione e uno dei migliori attivi in Colombia, protagonista in questi giorni di un omaggio all’interno del Festival.

Oltre all’omaggio a Ciro Guerra, molteplici sono i cortometraggi proiettati in questi giorni a Trieste, che offrono un interessante spaccato sulla cinematografia colombiana. Sulle inquietudini ma anche sulle contraddizioni e le speranze del paese.

Uno spaccato interessante

Abrir monte, di Maria Rojas Arias, racconta dei “Bolscevichi di Libano Tolima”, attraverso i fotogrammi e le voci delle donne di diverse generazioni.

Il primo gruppo di guerriglia latino americana è un gruppo di calzolai che studiava la Russia con l’intenzione di fare in Colombia ciò che i Bolscevichi fecero là.

La rivoluzione che volevano intraprendere, con una serie di attentati ai governatori del territorio e al cosiddetto terrorismo di Stato, durò però un giorno solo, il 19 Luglio 1929.

Ma le donne che presero parte a quest’evento si sentono ancora parte della rivoluzione e pronte a intraprendere per ogni guerra cui si trovino davanti, come racconta Laurentina ‘Aura’ Fajardo.

Sono una donna di quelle che verrebbe chiamata anarchica, non nel senso di ribelle ma per il piacere nell’essere ciò che sono, non mi interessa cosa pensano gli altri di me

Una rivoluzione interna a sé stessi, per capire chi e cosa si è e cosa si vuole diventare,  è quella invece al centro di Autoetnografia, di Iván Reina Ortiz

Guardando al suo archivio fotografico Ivan si chiede: Dov’era il mio corpo in quelle immagini? Da qui l’analisi sulla sua famiglia di origine, sui valori che essa portava e su come lui li abbia disattese

Avviene però un incontro, nel percorso di ricerca di Ivan: Zay Cardona e l’arte, che pone una luce su ciò che era e su come si sentiva.

Esiste un mondo che non è bianco o nero, che non è binario, dove il corpo si connette con le emozioni 

ed è quello il posto nel mondo di Ivan.

L’artista e il suo demone, o i suoi demoni, viene raccontato ne El ladron de mascaras  di  Germán Ruiz Rivadeneira

Chi è Natalia Manrique Ritter, che ruolo ha sul palco? E’ un mostro, senz’anima? E’ una maschera, senza la quale, non è niente?

Sono le domande che Ruiz Rivadeneira lascia allo spettatore.

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