“Ferdinando”. Per la regia di Nadia Baldi, un grande spettacolo all’Eliseo

2003

Per la regia di Nadia Baldi, fino al 5 novembre va in scena, al teatro Eliseo di Roma, Ferdinando di Annibale Ruccello con Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Franscesco Roccasecca.

Se manteniamo fede alle estreme parole di don Catellino, è l’amore, inteso però come forza dionisiaca e primigenia, la chiave di volta del testo di Annibale Ruccello e diretto da Nadia Baldi.

Una costruzione drammaturgica che non si limita ad analizzare le passioni più profonde mosse da questo sentimento, ma le declina in tutte le possibili sfumature: dalle vette platoniche del simposio fino alle più umilianti rivelazioni alla De Sade. Le parole, soprattutto, possiedono un peso specifico e vengono associate, inanellate, sottratte, suggerite, ora con violenza, ora con disperazione, ora con rassegnazione.

Sul “sistema linguistico” si basa il primo pilastro del testo: la negazione dell’italiano come mezzo di comunicazione. Il napoletano è la lingua impiegata, con consapevolezza e straordinaria inventiva, sonora e contenutistica insieme. L’occasione storica, poi, è il secondo.

L’isolamento forzato, post unificazione italiana, mette insieme (forse controvoglia, forse no) quattro caratteri esemplari: Donna Clotilde, una vecchia nobildonna decaduta, tirannica e umorale che, con le sue crisi e i medicamenti, incatenata ad un enorme letto bianco, sembra ricordare l’Argante del Malato immaginario; Gesualda, la cugina povera, un po’ infermiera, un po’ governante, zitella e puttana allo stesso tempo, che si rivela però un personaggio più complesso e stratificato di quanto non appaia in superficie; Don Catellino, un parroco di campagna, untuoso ed egoista, vinto dai desideri più infimi; infine Ferdinando, figura ambigua in bilico fra innocenza e malvagità, fra storia e attualità che con i suoi modi riesce ad annientare ogni difesa altrui per proprio interesse. In questo clima da romanzo storico, Ruccello scandaglia le brame e le menzogne dei suoi contemporanei, le contraddizioni e gli assurdi compromessi del mondo.

All’interno di questa realtà molteplice e ricca di suggestioni si realizza la misurata regia di Nadia Baldi facendo opera di esegesi sublime.

Eliminati gli orpelli storicistici e persino gli oggetti quotidiani, solo suggeriti dai gesti degli attori, la vicenda è spostata su un piano al limite del metafisico, in cui le luci (anch’esse ideate dalla Baldi) assurgono a commento luministico degli stati d’animo dei personaggi, mentre la scena è divenuta un ring in cui si combatte una guerra psicologica. Fatta di tendaggi e corde, superfici di lucido rame e alcuni seggioloni con le ruote, la suggestiva scenografia di Luigi Ferrigno costituisce il luogo ideale per questa impostazione, limitando i movimenti e imponendo dei luoghi deputati. Ingressi e uscite sono inaspettati ma visibili, tali anzi da istituire un inquietante dialogo muto fra l’azione e il pubblico.

Sulla scena implodono i rapporti fra i quattro personaggi che, a fasi alterne, sono vittime e carnefici al medesimo tempo. Ogni coppia di opposti si avvicina e si respinge, si attacca e si difende, in un diabolico gioco di imbrogli e raggiri, cui gli attori non si sottraggono, ma anzi favoriscono con ogni mezzo espressivo: essi seguono le indicazioni registiche, le incarnano alla perfezione con il corpo, la voce, gli occhi e ogni ruga del viso.

Deliziosamente innocente e diabolicamente astuto è il Ferdinando di Francesco Roccasecca, che alla bellezza dei tratti unisce punte di inaspettato talento. Ruvido e inquieto il Don Catellino di Fulvio Cauteruccio, che tocca il cuore con la sincera e conclusiva affermazione sull’amore e con la sua affettività tradita. Incarnare la straordinaria Gesualda, che attraversa trasversalmente tutti i rapporti, senza mai averla vinta su nessuno, forte delle sue sconfitte e vincitrice laddove è perdente, è un compito affidato alla talentuosa Chiara Baffi e al sapiente impiego delle sue doti fisiche e artistiche. Infine Gea Martire che, assieme alla regista, prende su di sé il peso di una tradizione interpretativa, rinnovandola con capacità, eleganza, classe e intuizione. Ella costruisce una Clotilde credibile e innovativa, senza dimenticare la sua storia.

Ogni sfumatura della voce, ogni movenza, ogni attesa, ogni sguardo hanno il potere di catturare l’attenzione e di trasformare in un istante il flusso drammaturgico, piegandolo ai capricciosi desideri  dell’attempata nobildonna.

Il tutto è coerentemente ed efficacemente completato dai magnifici costumi di Carlo Poggioli e dalle suggestive videoproiezioni di Davide Scognamiglio.

Uno spettacolo da non perdere.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.