Ci sono momenti in cui la fotografia smette di essere testimonianza e diventa presa di posizione. Quando Ferdinando Scianna accompagna il giornalista Franco Pierini nel documentare il lavoro di Franco Basaglia, la macchina fotografica non serve a “mostrare” ciò che accade, ma a rendere visibile ciò che la società ha scelto di non guardare.
Siamo alla fine degli anni Sessanta, nel pieno di una stagione di rottura. Il manicomio, istituzione totale per definizione, inizia a essere attraversato da uno sguardo nuovo: non più clinico, non più repressivo, ma politico nel senso più profondo del termine.
Lo sguardo come atto etico
Scianna entra negli ospedali psichiatrici non da osservatore neutrale. Il suo è uno sguardo che si misura costantemente con il rischio dell’intrusione, con la consapevolezza che fotografare significa anche assumersi una responsabilità. Accanto a Pierini, segue Basaglia nel lavoro quotidiano: assemblee, corridoi, momenti di confronto in cui la parola comincia lentamente a sostituire la contenzione.
Non c’è ricerca dello scandalo, né estetizzazione del dolore. Le immagini registrano una transizione, un passaggio fragile e incompleto in cui l’istituzione mostra le sue crepe. Nei volti fotografati non c’è solo sofferenza: c’è attesa, resistenza, presenza.
Basaglia, lontano dalla retorica
Il racconto che emerge è quello di un Basaglia distante da ogni mitologia. Non il riformatore solitario, ma il medico che mette in discussione l’intero impianto istituzionale, accettando il conflitto come parte necessaria del cambiamento.
La fotografia di Scianna accompagna questo processo senza celebrarlo. Non costruisce icone, ma relazioni. È una fotografia che osserva, ascolta, si trattiene.
Un dialogo con Morire di classe
Questo lavoro si colloca idealmente accanto a Morire di classe (Einaudi, 1969), il libro fotografico di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin che, tra la primavera e l’autunno del 1968, documentò la condizione manicomiale nei principali ospedali psichiatrici italiani.
Se Cerati e Berengo Gardin mostrarono l’orrore della reclusione, Scianna racconta il tempo successivo, quello in cui l’istituzione comincia a essere attraversata dalla parola, dal dubbio, dalla possibilità di un’alternativa.
Gorizia: il luogo della memoria
Oggi queste esperienze tornano a dialogare a Gorizia, città simbolo della riforma basagliana. Al Museo di Santa Chiara, la mostra con le fotografie di Gianni Berengo Gardin riporta al centro quelle immagini che hanno cambiato la percezione pubblica del manicomio.
In questo contesto, il lavoro di Scianna assume un valore ulteriore: non solo documento storico, ma tassello di una memoria visiva complessa, fatta di sguardi diversi e complementari.
Guardare, ancora
A distanza di oltre mezzo secolo, queste fotografie continuano a interrogarci. Non tanto su ciò che è stato il manicomio, ma su come scegliamo di guardare chi è fragile, chi è escluso, chi non ha voce.
È qui che la fotografia di Scianna conserva la sua forza: non nel mostrare, ma nel costringerci a restare. A guardare. A non distogliere lo sguardo.
Chi è Ferdinando Scianna

Nato a Bagheria nel 1943, Ferdinando Scianna è una delle figure centrali della fotografia italiana contemporanea. Inizia la sua carriera come fotoreporter negli anni Sessanta, collaborando con scrittori, giornalisti e intellettuali.
Nel 1982 entra a far parte dell’ agenzia Magnum Photos, primo italiano ad aderirvi. Il suo lavoro attraversa fotografia sociale, reportage, moda e riflessione sul linguaggio dell’immagine, mantenendo sempre una forte attenzione etica e narrativa.
I temi ricorrenti della sua ricerca sono identità, memoria, ritualità e rappresentazione del reale.
La sua vita è stata raccontata nel film Ferdinando Scianna – Il fotografo dell’ombra, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia.





