Dal 1 al 4 aprile 2021 il Festival Taglio Lungo, grazie a MyMovies, ci ha permesso di godere di ottime pellicole in tempi di pandemie pasquali. Forse più che in altri momenti storici dovremmo essere grati al Coordinamento dei festival di cinema LGBTQ+: le sale e le distribuzioni, in futuro, dovranno ripensare all’opportunità di favorire la circolazione di “questi” film che non sono pensati e non dovrebbero restare a disposizione solo di un pubblico ristretto.

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Nel programma sono annoverati i migliori otto film a tema LGBTQ+ proposti nel 2020, selezionati da BIG – Bari International Gender Film Festival, Florence Queer Festival, Gender Bender, MiX Festival Internazionale di cinema LGBTQ+ e cultura queer, Immaginaria International Film Festival of Lesbians and Other Rebellious Women, Orlando Identità Relazioni Possibilità, Sardinia Queer Film Expo, Sicilia Queer filmfest, Some Prefer Cake Bologna Lesbian Film Festival.

Come ogni Festival, ogni utente ha la possibilità di creare il proprio percorso, specchio di quella varietà di temi, questioni, fronti e necessità di una Comunità così complessa e meravigliosamente frammentata.

Quello che segue è il mio percorso, con qualche riflessione.

Il caso Braibanti“, di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese è l’unico film italiano e apre la rassegna. Mi commuove e mi emoziona. Non solo perché ho avuto la fortuna di vederne prima la versione teatrale e gustarne così il passaggio da un mezzo all’altro, ma anche perché credo con fermezza nella operazione di recupero storico della memoria collettiva LGBTQ+ come conquista per il nostro presente. Un obiettivo raggiunto in pieno. Giardina e Palmese, in più, sono riusciti a trasmettere con chiarezza lo spaccato di un’epoca e non solo l’assurda vicenda giudiziaria di un intellettuale omosessuale. Può sembrare paradossale, ma l’omosessualità di Braibanti passa quasi in secondo piano rispetto alla portata umana dell’esperienza di quest’uomo. Un approccio universalizzante che fa sperare in progetti futuri altrettanto felici.

Nell’argentino “Fin de siglo“ di Lucio Castro, invece, mi sono perduto fra i piani temporali: differenti, ma non troppo chiari. Sottolineati, forse, solo da dettagli, come il cartone di vino rosso prima e la bottiglia di bianco dopo, segno del passaggio dai 20 ai 40 anni dei due protagonisti. Si tratta di un film “a chiave”, ipotizzo. Una pellicola all’interno del Festival Taglio Lungo in cui regia e sceneggiatura disseminano indizi da ricercare e interpretare. Cogliere il senso di un’opera d’arte, citare un testo poetico, incastrare la figura di un personaggio con la realtà del film che si sta realizzando costituiscono alcune delle molte chiavi per leggere non solo il film stesso, ma anche il tema del rapporto fra due individui, le evoluzioni della coppia, dei desideri e delle aspettative al volgere del secolo, che sarebbe poi compiere 40 anni, a mio avviso. Per la nostra generazione i 40 sono come il passaggio di un secolo (o di un millennio). Si cambia scenario di vita, completamente, ma la consapevolezza conquistata permette di vedere ciò che avremmo voluto e anche quello che non abbiamo. Alcune sequenze sono da incanto, anche solo per l’attraente fisicità dei due attori.

Altra storia è invece “All we’ve got“ di Alexis Clements che racconta gli Stati Uniti dal punto di vista delle “donne queer”. La paura di perdere i luoghi di indipendenza e la consapevolezza dell’importanza che essi hanno avuto nella costruzione dell’identità personale di chi li ha vissuti e li vive ancora sono i due estremi fra cui si muove tutto il documentario. Leggero, divertente, ironico, ma incisivo. Mostra il coraggio di chi ha saputo difendere con tenacia la propria libertà e quella altrui, senza badare troppo alle etichette e alle differenze. Una pietra miliare.

Scanzonato, giovanile e malinconicamente realistico è il film argentino “Margen de error” di Liliana Paolinelli. La crisi di mezz’età di una donna lesbica – felice, consapevole e sincera con se stessa – è raccontata senza troppi indugi, illuminando con un tocco unico la meravigliosa complessità dell’universo femminile. Fa sorridere e riflettere il confronto generazionale, la forza e la decisione di alcuni personaggi, la fragilità di altri che, nel silenzio, con pochi sguardi, lasciano trasparire il fluire dell’esistenza.

Ne croyez surtout pas que je hurle” di Frank Beauvais è stata la pellicola più impegnativa. La voce fuori campo, volutamente monotona a fronte di un montaggio rapido di immagini grondanti simbologia e pulsioni emotive, costringe a una concentrazione sovrumana. Non si coglie tutto, si fatica a entrare nel linguaggio e a comprenderne i nessi, sebbene il plot sia essenziale. L’impiego voluto del montaggio come un flusso di coscienza può spiazzare, ma è in fondo la sublimazione artistica di una mente sofferente in cui Beauvais vuol farci entrare: un dedalo di vie fra cui districarsi per ritrovare l’uscita. Sempre che ci sia.

Chiude il mio personale percorso nel Festival Taglio LungoSaint Narcisse“ di Bruce LaBruce. L’esatto opposto del precedente, per alcuni versi. Proprio come in uno specchio la vicenda indugia in immagini narcisistiche – è il caso di dirlo – allineate in uno spazio-tempo volutamente dilatato, colmo di suggestioni visive, asciugato di parole, apertamente pittorico-visuale.

Infine, nonostante la mia personale passione per il Brasile, ho perduto “Alice Junior” di Gil Baroni e “Meu nome é Bagdá” di Caru Alves de Souza. Forse i più attuali o “di frontiera”, anche in relazione al tema identitario di cui le occasioni di approfondimento sono sempre così rare.

Per essere la prima edizione, è stato un Festival Taglio Lungo decisamente promettente!

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