Nel 1987 lo statunitense Mark Schultz, medaglia d’oro di lotta libera nelle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, viene avvicinato da John Du Pont, ricchissimo erede della dinastia di industriali chimici, per formare una squadra di lottatori in grado di bissare il successo nelle successive Olimpiadi di Seul. Nella squadra, chiamata “Foxcatcher” in onore della passione della famiglia Du Pont per la caccia alla volpe, entra di lì a poco anche il fratello di Mark, Dave Schultz, suo precedente allenatore in una squallida palestra di provincia. I due fratelli non tarderanno ad accorgersi delle stranezze del rampollo Du Pont….

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Sembra scritto da un Tennessee Williams in stato di alterazione, eppure è tutto vero (e viene dichiarato fin dall’inizio): la storia che Bennett Miller porta sugli schermi è uno spaccato di psicopatologia narcisistica, di grovigli della psiche impossibili da dirimere, che solo per caso sono tangenziali alla Storia, quantomeno a quella raccontata dalle classifiche sportive. L’ascesa e caduta di Schultz, la follia di un Du Pont venuto male, che vorrebbe ribellarsi a un passato troppo ingombrante ma che non sa distanziarsi dal complesso di Edipo nei confronti di una madre autoritaria e anaffettiva, le giravolte dell’anima che dapprima avvicinano Mark a John, poi lo allontanano quando sotto i riflettori si viene a trovare Dave, che tutto capisce ma che fa buon viso a cattivo gioco (e mal gliene incoglie), gli intrighi familiari non solo dei Du Pont ma anche dei due Schultz, orfani di padre fin da piccoli, giramondo senza costrutto e alla ricerca di un affetto che Dave trova nella giovane moglie e nella famiglia ma che Mark non riesce a trovare, eternamente deluso e chiuso in se stesso: sono temi che avrebbero scottato più di un regista, e che Miller tratta invece raggelando lo sguardo, in continue inquadrature sghembe, quasi fuori fuoco, a volte lontane dal cuore dell’azione, e in primi piani fulminanti (in special modo dell’ottimo Carrell, spettacolare nel tratteggiare il tortuoso Du Pont), che gli sono valse il premio per la miglior regia all’ultimo Festival di Cannes.

Si assiste a un ritratto shakespeariano della messa in ridicolo di una tradizione, che si bea di armi e cannoni venduti al miglior offerente, di bandiere garrule e di cavalli splendidi, ma presto si trasforma in tragedia, umana e sportiva, come un gigante d’argilla per cui è giunta la sua ora. John Du Pont, nella sua apparenza inoffensiva e perfino proba, è l’emblema di una nazione e di una civiltà al tramonto, che tenta di inseguire nuovi ideali attraverso un parricidio rituale (la lotta libera, arte nobile in contrapposizione all’allevamento dei cavalli) ma che non sa resistere agli impulsi primitivi e bestiali.

FOXCATCHER – Regia: Bennet Miller – Con: Steve Carrell, Channing Tatum, Mark Ruffalo, Vanessa Redgrave, Sienna Miller – Soggetto: Mark Schultz (tratto dal libro “Foxcatcher, una storia vera di sport, sangue e follie” di Mark Schultz) –  Sceneggiatura: Dan Futterman, E. Max Frye – Fotografia: Greig Fraser –  Montaggio: Stuart Levy –  Musiche: Mychael Danna –  Produttori: Bennet Miller, Anthony Bregman, Megan Allison, John Kilik –  Produzione: Annapurna Pictures, Likely Story, Media Rights Capital –  Distribuzione: BIM –  Durata: 134 min. – USA, 2014

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