Dal 28 al 30 settembre è andata in scena la 24° edizione del Garofano Verde – Scenari di teatro omosessuale al teatro India di Roma.

Ho sete dell’amore di corpi senz’anima. Si può aprire così, citando la dirompente “tradizione” di Pier Paolo Pasolini, questo breve articolo sul Garofano Verde.

Oppure più direttamente con Rodolfo Di Giammarco,  che nel volume “I mignotti” dichiarava: “Come mai curo una rassegna di teatro che verte su tematiche omosessuali, battezzata Il Garofano Verde? Lo faccio per motivi civili, e vorrei non doverlo fare più (ossia vorrei che fosse ininfluente, per pari dignità raggiunta, questa definizione di campo)”. L’uno o l’altro modo sembrano essere anche alla radice del principio ideativo della prima serata di questa rassegna, e forse del Garofano Verde nella sua interezza e nella sua storia: legare la tradizione con l’attualità. Il motivo più importante è che l’impegno civile non può esaurirsi, ora meno che mai.

Da ventiquattro anni, in teatri e tempi diversi, Di Giammarco ha dato voce alle innumerevoli istanze del contradditorio e complicato universo omosessuale. Lo ha fatto con dedizione di critico, di studioso, di perspicace conoscitore del mondo teatrale, come ci confermano i documenti di archivio delle edizioni passate. Ma non solo per questo, anche per un dichiarato senso di giustizia sociale. E proprio oggi che sembrano raggiunti alcuni obiettivi civili della comunità LGBTQI, ancora di più c’è bisogno di queste iniziative.

Fu coraggioso ideare tale rassegna nel 1994, anno del primo pride di Roma, quando ancora la società guardava agli omosessuali con grande diffidenza, eroico è seguitare ad organizzarla oggi, nella quasi totale indifferenza delle Istituzioni. La carenza dei fondi, ovviata in parte con la disponibilità degli spazi del Teatro India offerti dal direttore Antonio Calbi, si fa notare soprattutto nel taglio della programmazione. Quattro gli eventi in programma, per un totale di tre giorni, quasi tutti in forma di reading o, al massimo, di allestimento semiscenici.

Garofano VerdeTuttavia nonostante le difficoltà, la qualità della direzione e degli artisti impegnati è notevole e la finalità civile e sociale è  compiuta nel migliore dei modi.

Limitatamente alla prima sera, il filo sottile che lega i due eventi di apertura è quello dei rapporti: amore, famiglia, amici, società. Di Giammarco lo fa accostando due autori: il giovane Simone Carella, vincitore del Premio Inedito – Colline di Torino, e il più illustre Pier Vittorio Tondelli, di cui presenta il raro “Biglietti agli amici”. Di Carella assistiamo ad un reading che, in verità, è quasi una mise-en-espace, una prova fluida con pubblico presente, in cui gli attori alternano lettura e memoria, con naturalezza e profonda partecipazione.

La storia di Artemy e del suo amico-ragazzo-alterego è a tratti già sentita, a volte non propriamente originale. L’originalità però si trova non tanto nella vicenda, quanto nella scansione temporale, nella dimensione astratta dei luoghi, prosciugati di ogni descrittivismo di maniera, e infine nel taglio frammentario delle scene che sembra porre la vicenda in un limbo (oggi la Russia di Putin, ma domani?), eternandola.

Angelo Di Genio e Francesco Martino sanno commuovere fino alle lacrime, sciogliendosi nel ricordo affettuoso o doloroso, nell’abbraccio imbarazzato, nei silenzi colmati dal contatto delle mani e dei visi e in un bacio appassionato che getta un’ombra ancora più cupa sul finale.  Emanuela Villagrossi è una madre tradizionale, fin troppo, nelle sue azioni costrittive, a tratti delusa, a tratti dura, ma sempre pienamente convincente. Il tutto avviene sotto la sapiente cura di Tommaso Rossi.

A seguire Massimiliano Civica introduce Tondelli e, assieme a Carmelo Alù, realizza una lezione-spettacolo sul suo volume “Biglietti agli amici”. La naturalezza con cui Civica racconta il motivo della sua presenza al festival, unico attimo realmente comico della serata, riesce ad introdurci con serenità nel complicato mondo di Tondelli.

Nonostante possa apparire un autore semplice, Tondelli possiede una minuziosità compositiva difficile da cogliere.

E infatti mentre Carmelo Alù legge, con distacco e una buona dose di emozione, i 24 brani dei biglietti, Civica ci illustra le sue perplessità sul testo. Nato da un’esigenza tutta privata, “Biglietti agli amici” viene pubblicato ma non divulgato. Sarà il testo che, ormai malato e prossimo alla morte, Tondelli vorrà rivedere a mo’ di testamento personale e lirico insieme. La complessità ideativa è accentuata dalla presenza delle tavole angeliche, dalla citazione dei destinatari dei biglietti attraverso le inziali e dalla liricità dei testi: tre aspetti che rendono effettivamente infruttusa la ricerca di un unico senso generale. Civica e Alù ne fanno comunque una lettura complementare ed estremamente equilibrata, il primo ironicamente dirompente, il secondo seriosamente impostato, ed ottengono alla fine un applauso sincero.

Lunga vita al Garofano Verde!

 

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