Fino al 1 marzo è in scena al teatro Piccolo Eliseo lo spettacolo Giusto la fine del mondo di Jean-Luc Lagarce per la regia Francesco Frangipane e un cast di attori eccellenti.

Una cornice semplice, soffusa e lineare racchiude ogni possibilità di conflitto, lo lascia intravedere a volte, ma mai esplodere, mai risolvere davvero. La famiglia attende l’arrivo di Louis, una domenica mattina. La madre, vedova, che vive con la sorella più piccola si affretta a preparare il pranzo, mentre il fratello più grande e la moglie si attardano sul divano, sulla sedia, sulla porta. Aleggia su tutti una attesa nervosa del ritorno di Louis dopo molti anni di assenza. Prima di fare il suo ingresso, il giovane si confessa a se stesso, cioè al pubblico, come non riuscirà a fare mai con i suoi familiari. Nessuno di loro, infatti, conosce davvero Louis, nessuno sa perché egli sia vissuto tanti anni lontano e ora sia ritornato, nessuno riesce a toccargli l’anima né a lasciarsi toccare, perché il tocco è conflitto, guerra, lotta. In una realtà che mette da parte – per incoscienza o fragilità – tutte le donne della famiglia, l’unico vero momento di rottura giunge, quasi alla fine, con la pallida ombra paterna.

Sarà il fratello Antoine a spegnere la miccia definitivamente, con un tocco fulmineo e colpevole, da capofamiglia che vive con responsabilità opprimente il suo ruolo, incolpandone silenziosamente il fratello con la stessa forza con cui lo ama e dal cui amore è travolto. Resta, così, nella nebbia il vero motivo del ritorno di Louis, per tutto il tempo della visita: egli sta per morire a causa dell’Aids e vorrebbe dirlo alla sua famiglia. Vorrebbe, ma non riesce, poiché gli altri lo immobilizzano con i loro monologhi inquieti, con le parole nervose o titubanti. Tutti lo affossano nella ripetizione di ricordi lontani, speranze quotidiane o frustrazioni taciute. Nelle pieghe di un linguaggio che oscilla continuamente fra passato e presente (complice la magnifica la traduzione di Quadri che non risparmia congiuntivi e passati remoti oggi quasi banditi persino a teatro) si nasconde questo segreto, che non affiora mai, se non in qualche riflessione silenziosa del protagonista, specchio dell’autore stesso.

La malinconica casa di campagna si anima allora di individui solitari: il salotto, la sala da pranzo, la cucina e una stanza sono luoghi ravvivato da falsi dialoghi, interrotti o già ascoltati, e da troppi monologhi accorati. Mentre l’esterno, il piccolo giardino,  isolato dalle vetrate appannate sullo sfondo e dalle persiane in vimini nella parte anteriore, completa il quadro di un ideale e irraggiungibile luogo familiare, un luogo in cui la confessione si potrebbe azzardare, restando, alla fine, sospesa, in attesa di una sua rivelazione.

L’atmosfera di inquietudine e ineluttabilità è costruita con studio e attenzione nella familiarità dei luoghi scenici di Francesco Ghisu, illuminati con sapienza da Giuseppe Filipponio, completati con semplicità dai costumi di Cristian Spadoni, armonizzati con classe grazie alle musiche originali di Roberto Angelini.

Un merito notevole di questo allestimento va riconosciuto alla pacata e uniforme regia di Francesco Frangipane che concepisce in maniera asciutta e solenne, ma di una solennità intima, un momento cruciale dell’esistenza umana, dando forma a un testo riflessivo e filosofico, per nulla semplice, per nulla scontato, nella densità materica del linguaggio impiegato, silenzi compresi. La punta di diamante, infine, è rappresentata dal cast dei cinque attori chiamati a ricoprire i differenti ruoli. Anna Bonaiuto dà voce a Martine, una madre ancora piacente e vagamente inquieta: interprete sincera e mai “mestierante”, per lei anche un semplice gesto o un sorriso accennato rivelano tutte le sfumature insite nel testo. Louis è Alessandro Tedeschi che non ha certo l’aria devastata del malato terminale, forse perché la morte è già avvenuta e quello che è mostrato non è che una proiezione, un ricordo di quanto accaduto, senza necessità di verosimiglianza scenica. Egli riesce tuttavia a suggerire la sospensione degli attimi più estremi attraverso il respiro affannoso e lento, i tempi dilatati, le lunghe pause, gli sguardi mesti e arrendevoli. Lo fa con talento, ma senza enfasi, aumentando la credibilità e, dunque, la correlazione con la realtà.

Vicino a lui, Angela Curri vivifica Suzanne, la sorella più piccola, con un’ansia d’amore fatta di parole incontrollate e di brutalità fisica tipica dell’adolescenza più estremista, mentre Barbara Ronchi, che interpreta una impacciata Catherine, la cognata, esprime con stupefacente verità un imbarazzo che la pervade completamente, tanto nel modo incerto con cui sospende le frasi, quanto nel movimento trattenuto, singhiozzante. Vincenzo De Michele, infine, è Antoine, il fratello maggiore: ombra del padre, alter ego del protagonista, polo opposto e complementare della sua sofferenza interiore. La costruzione drammaturgica lo rende antagonista dello scontro conclusivo, quello finale, che è anche fisico oltreché verbale, reminiscenza della lotta infantile fra due entità alla ricerca spasmodica dell’amore genitoriale, mai raggiunto, mai toccato, mai apprezzato. Lui affronta tutto questo costruendo l’attimo finale in maniera inaspettata e, per questo, realistica, spaventosamente efficace.

È, in fondo, una riflessione sulle occasioni mancate, non tanto sull’assenza del sentimento, ma sulla incapacità di comprenderlo, di definirlo e, infine, di viverlo. Una riflessione a cui nessuno può sottrarsi.

Teatro piccolo Eliseo

GIUSTO LA FINE DEL MONDO

di Jean-Luc Lagarce

Regia Francesco Frangipane

con

Anna Bonaiuto Martine

Alessandro Tedeschi Louis

Angela Curri Suzanne

Barbara Ronchi Catherine

Vincenzo De Michele Antoine

Scene Francesco Ghisu

Costumi Cristian Spadoni

Musiche originali Roberto Angelini

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