di Ines Cannarso

(foto di copertina di Luca Carlino)

Non sono mai stata una grande appassionata di calcio devo ammetterlo.

Seguo con difficoltà le dinamiche legate al campionato calcistico e alla celebrazione del tiro al pallone come rito della domenica. Percepisco comunque il grande valore sportivo che in passato era un connotato imprescindibile legato a questo mondo e che fino ai giorni nostri ha subito un profondo e negativo cambiamento, ma ne patisco una forma di estraneità che da sempre mi allontana da questo sport.

Si verificano incontri però che possono farti cambiare idea, darti la possibilità di vedere le cose da un’ottica differente, ma soprattutto farti incuriosire. Così è stato per me l’approccio con la lettura del romanzo di Emanuele Santi  “Il portiere e lo straniero”  edito da L’asino d’oro edizioni .

Dedicato a suo figlio Valerio, Il portiere e lo straniero  ripercorre l’infanzia poverissima e l’adolescenza di uno dei più importanti autori dell’ultimo secolo :  il premio Nobel per la letteratura  Albert Camus cresciuto,nei primi anni 20, tra le strade assolate e polverose di Belcourt uno dei quartieri popolari di Algeri in cui un melting pot di razze e lingue convivevano a stretto contatto fra loro.

Proprio tra queste strade, nei campi sterrati e infuocati del quartiere, il giovane Camus si appassiona al gioco del calcio e più precisamente al singolare ruolo di portiere a cui si dedicherà, con grande dedizione,  fino agli anni del liceo, anni difficili che lo vedranno  ammalarsi di tubercolosi e lo costringeranno ad  abbandonare per sempre questo sport.
Descrivendo egregiamente quel periodo, Emanuele Santi  ci prende per mano e ci accompagna in un viaggio indietro nel tempo facendoci esplorare strade e volti sconosciuti sulle tracce di un paese al contempo lontano per cultura e tradizioni, ma geograficamente così vicino come l’Algeria.

L’analisi della grande passione di Camus per il gioco del calcio si traduce nello spunto per indagare più a fondo nell’estetica letteraria e umana dell’autore che di sé scrive “Tutto ciò che ho appreso sulla morale e sugli uomini lo devo al calcio” un’esperienza, quella calcistica, che gli ha permesso di diventare il profondo autore che conosciamo e che Santi così descrive nel suo libro“ Ed è stato proprio per merito del calcio praticato in gioventù e amato per tutta la vita se Albert Camus riuscì ad essere quella figura di intellettuale da inquadrare, quel testimone del suo tempo sempre lontano dai giudizi formulati sul piedistallo e senza meriti acquisiti sul campo” .

L’esperienza maturata da Camus sul campo di calcio si traduce così come chiave di lettura della società, l’analisi dei turbamenti dell’animo umano come oggetto di ispezione privilegiato che l’autore intimamente ha saputo descrivere in uno dei suoi romanzi più famosi “Lo straniero” , una narrazione lucida ed essenziale che rappresenterà per Camus il suo timbro caratterizzante.
Nata dalla grande predilezione per l’Algeria e la sua storia, l’opera di Emanuele Santi , è il risultato di una nuova concezione espressiva  in cui il dinamico intrecciarsi tra storia,  romanzo e l’esperienza del  viaggio si svela mediante molteplici livelli narrativi. Una narrazione intensa e partecipata, un approccio personalissimo che segna un percorso inedito e coinvolgente per il lettore.
Ho incontrato Emanuele in un fresco pomeriggio estivo per approfondire con lui il suo lavoro.

Emanuele sei ormai arrivato al tuo terzo romanzo dopo “Memorie di un pony express” edito nel 2007 e “L’attore” del 2010 hai da poco pubblicato “Il portiere e lo straniero”. Vuoi raccontarmi come nascono le passioni per la letteratura e la scrittura?
Per quanto riguarda la letteratura mi sento di dire che è una passione che è nata nonostante la scuola. Dico questo perché durante gli anni del liceo ho avuto la fortuna di avere una brava insegnante di storia e filosofia, una professoressa di lingua inglese che ci ha portato ad amare autori quali Conrad, Virginia Woolf, Oscar Wilde, ma per contro una pessima professoressa di lettere e latino che non mi ha fatto assolutamente appassionare alla sua materia anzi devo dire che durante gli anni di liceo le sue erano le lezioni peggiori.
La passione e l’amore per la letteratura l’ho sviluppata da solo leggendo, scoprendo nuovi autori tra cui Albert Camus, che per altro non era presente nel programma scolastico, e che ha una biografia appassionante.
Per quanto riguarda la scrittura devo candidamente ammettere che sempre durante il periodo scolastico non brillassi in modo particolare nella stesura dei temi. Ricordo molto bene che un anno, durante il liceo, la famigerata professoressa di italiano ci assegnò un tema che riguardava l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Premetto che questa insegnante era una cattolica sessantottina con opinioni molto radicate e insindacabili. Scrissi in quel tema, lo ricordo ancora benissimo, che l’insegnamento della religione cattolica non contribuisce alla crescita culturale dell’alunno. Era una mia personalissima opinione e la professoressa lo sottolineò con la matita blu scrivendoci accanto questo commento: “non è vero”  con tanto di punto esclamativo.
La persona che devo sicuramente ringraziare è la mia ex compagna e mamma di mio figlio Valerio che mi ha spinto a cominciare a scrivere e credo che senza il suo appoggio non l’avrei mai fatto. E’ stata lei a spronarmi  a tirare fuori quello che dentro di me albergava e a metterlo su carta.
Dopo la nascita di mio figlio ho cominciato a scrivere in maniera continuativa, le prime cose che ho realizzato erano per lo più storie alcune delle quali sono ancora chiuse in un cassetto.
La mia prima pubblicazione risale al 2006 quando ho inviato alla redazione del giornale “Left” un racconto dal titolo “una giornata particolare” destinato alla rubrica “scrittori non per caso”. Negli anni seguenti sono poi usciti gli altri due libri che hai citato anche tu.

A proposito di “Left” curi da qualche anno una rubrica che si chiama “calcio mancino” che ha per tema un’altra tua grande passione: il calcio…
La mia collaborazione con Left è iniziata nel Febbraio 2008. Anche qui mi sento di ringraziare un grande amico di nome Daniele De Michele che curava una rubrica molto originale proprio su Left. Daniele, sapendo della mia grande passione e conoscenza in ambito calcistico, mi incitò a mandare degli articoli al giornale e così è cominciata la mia collaborazione con Left che fortunatamente continua ancora oggi.
La rubrica “calcio mancino” mi porta diverse soddisfazioni tra cui quella legata al fatto che i miei articoli sono letti anche dalle donne e la cosa riempie di orgoglio anche perché significa che il mio intento di utilizzare il calcio come pretesto per parlare di altro è stato compreso.

Parliamo del tuo ultimo libro. Qual è la genesi del “portiere e lo straniero”.
Tutto è cominciato nell’Aprile del 2011 mese in cui ho pubblicato un articolo per la mia rubrica su Left intitolato “Il portiere e lo straniero” in cui parlavo di Albert Camus e del suo passato di giocatore e appassionato di calcio. Questo articolo ha avuto molta fortuna e una certa eco mediatica per cui venne letto a “pagina 3” su RadioRai 3 e venne segnalato anche su di un blog.
Personalmente sono sempre stato un appassionato dell’Algeria e della sua storia. Parlare di Albert Camus, della sua infanzia e dell’adolescenza, gli aspetti della sua vita meno conosciuti era un desiderio che era cresciuto in me in un modo molto forte.
Con alti e bassi ho cominciato a lavorare alla stesura del libro nella primavera del 2011 senza avere ancora un’idea se poi sarebbe stato un romanzo, un saggio o una biografia e devo dire che, a lavoro ultimato, non lo definirei un vero e proprio romanzo, lo considero più un’opera stratificata a più piani che si intrecciano e convivono tra loro.
Con la mia casa editrice L’Asino D’Oro abbiamo fatto un lavoro finale di limatura sulla prima stesura ed è successivamente uscito nella collana Omero.
La motivazione principale che mi ha spinto a scrivere il libro è stata soprattutto la volontà di dare una chiave di lettura diversa, raccontando la passione del giovane Camus per il calcio e quanto poi l’aver giocato nel ruolo di portiere abbia in un certo senso influenzato il proprio modo di vedere il mondo tradotto successivamente nei suoi romanzi.
Ho avuto modo anche di approfondire la storia di calcio arabe in cui nasce il seme dell’indipendenza durante il periodo dell’occupazione francese del paese.
In quel periodo di sopraffazione il giovane Camus scopre che solo sul campo di calcio gli uomini sono uguali tra loro con il proprio bagaglio emozionale indistintamente da razza o ceto di appartenenza.

Nell’ultimo capitolo del tuo libro che porta il titolo “il portiere e lo straniero” paragoni la stesura de “Lo straniero” di Camus ad una partita di calcio con un primo e secondo tempo scanditi dallo scorrere della storia e dal compiersi di determinate situazioni. Ho trovato l’idea assolutamente originale vuoi parlarmene?
L’idea è nata e si è sviluppata facendo molte ricerche sulla vita di Camus e rileggendo “Lo straniero”.
Ho semplicemente coniugato la mia passione per il calcio con il vissuto di Camus come portiere.
La scena forse fondamentale descritta dall’autore nel libro che riguarda l’uccisione dell’arabo da parte del protagonista Meursault  svela molto bene la visione calcistica di Camus. L’ambientazione della spiaggia, gli arabi vestiti in tuta sportiva, lo scontro viene descritto come se si trattasse di un incontro di calcio.

Hai lavorato due anni alla ricerca e al completamento di quest’opera, sei stato in Algeria per conoscere e scoprire di persona i luoghi legati all’infanzia e all’adolescenza di Albert Camus. Puoi descrivermi l’esperienza di questo viaggio?
Il viaggio in Algeria è stata per me una necessità imprescindibile.
Descrivere Algeri senza averla mai visitata era inaccettabile e così sono partito sulle tracce dell’infanzia e dell’adolescenza di Albert Camus. Sono partito nel Settembre 2012 pochi giorni dopo l’attentato all’ambasciatore americano a Bengasi e per questo motivo ho trovato poliziotti schierati ovunque in città che imponevano il divieto assoluto di scattare fotografie.
Ho visitato, nonostante questo clima di massima sicurezza, una città splendida. Ho percorso i vicoli della casbah e ammirato la bellezza dei caffè che descrivo anche nel mio libro.
Il viaggio ha rappresentato il completamento del mio progetto sul libr, poter respirare quelle strade, la periferia dove Camus era cresciuto, vedere con i miei occhi il liceo e l’università in cui aveva studiato gettando basi importanti per il grande intellettuale che sarebbe diventato è stato molto emozionante.

Nel tuo libro paragoni la condizione di solitudine dello scrittore durante la stesura del libro con quella del portiere difensore ultimo e solitario nello spazio tra i due pali della porta…
Posso dire che la solitudine dello scrittore è necessaria. Conrad diceva: “mia moglie non sa che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando”.
Per quanto mi riguarda comunque al primo posto nella mia vita c’è il rapporto con mio figlio Valerio e con le persone che amo, quindi è necessario dare il giusto peso alle parole nel senso che lo scrittore sceglie un isolamento necessario ma decisamente non emotivo. Parlo di una concentrazione assoluta che mentre scrivo ricerco restando completamente in solitudine.
Il mio secondo libro “L’attore” è dedicato alla mia ex compagna su cui ho scritto la dedica: “Senza di lei scrivo. Senza di lei non avrei mai scritto niente”.
Per quanto riguarda la figura del portiere, come ad esempio per Camus, la solitudine è intesa come la possibilità di vedere le cose da una differente angolazione che ad esempio gli altri giocatori non hanno. Il portiere di una squadra di calcio è una figura con grandi responsabilità su cui contano tutti i compagni nell’ultimo atto di difesa nella partita.
In un certo senso ha portato avanti questo ruolo anche in età adulta traducendolo nel suo essere un intellettuale “contro”, fermo nelle sue ideologie e nei suoi scritti.

Ne “Lo straniero” la condizione di indifferenza che contraddistingue il protagonista Meursault permea l’intero romanzo. Una forma di indifferenza di assoluta attualità del mondo contemporaneo che caratterizza il genere umano. Cosa pensi al riguardo?
E’ vero. Il sentimento di indifferenza che caratterizza il protagonista è descritto, nel romanzo di Camus, in modo estremista.
Camus è un autore di difficile collocazione e comprensione e direi quasi impossibile da spiegare.
Dipinge il suo protagonista come anaffettivo , un uomo privo di sentimenti nei confronti degli altri ma soprattutto nei propri confronti. L’autore affronta, senza alcun moralismo cattolico, l’atto dell’omicidio raggiungendo il culmine nella descrizione finale dell’esecuzione di Meursault  in cui Albert Camus ha la capacità di aprire tutto se stesso e le proprie esperienze e cioè l’essere stato un portiere, scrittore e particolarmente essere l’intellettuale posto di fronte al giudizio della folla.
Sarà proprio la totale e continua indifferenza del protagonista una determinante nella formulazione del giudizio finale di colpevolezza.

Albert Camus a parte esiste un particolare autore che abbia inciso in qualche modo nella tua vita?
Sicuramente Joseph Conrad. E’ un autore che ho amato per diversi motivi.
Innanzi tutto per la vita condotta. Rimasto orfano a tredici anni ha iniziato a lavorare come marinaio prima in Francia e poi in Inghilterra. Le sue esperienze in giro per il mondo ritornano prepotenti nelle sue storie che rappresentano viaggi all’interno di noi stessi.
“Cuore di tenebra” ad esempio è un capolavoro. Ho amato tantissimo un’opera minore quale “the secret Sharer” (il compagno segreto).
La cosa più affascinante di Conrad rimane il fatto che la sua lingua madre non era affatto l’inglese ma il polacco. Era nato nell’attuale Ucraina da famiglia polacca.

Il portiere e lo straniero è stato da poco pubblicato, hai progetti futuri in cantiere?
Sto scrivendo una sceneggiatura che ha per sfondo sempre l’ambito calcistico, ma sempre nell’ottica e la volontà di scegliere il gioco del calcio come pretesto per parlare di altro.


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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust
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“L’unico vero viaggio verso la scoperta non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.” Marcel Proust

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