Lo avevo mancato al Festival del Cinema di Roma dove era stato presentato fuori concorso e dopo esser stato premiato al Bif&st per il miglior soggetto, non  ho voluto perdere  Il venditore di medicine del regista  Antonio Morabito.

Un film che aveva fatto molto discutere per il tema scottante che affronta e che aveva vivacizzato già da un po’ le cronache cinematografiche.

Distribuito dall’Istituto Luce Cinecittà e coprodotto da Amedeo Pagani  con la Classic Film e la svizzera Peacock Film, questo è un lavoro che il coraggio ce l’ha nel Dna.

Alla conferenza stampa che si è tenuta ieri alla Casa del Cinema di Roma dopo la proiezione, c’era quasi tutto il cast, regista e produttore compresi.

Ingrassato per , a suo dire esigenze di copione, c’era ovviamente il protagonista: Claudio Santamaria che interpreta il “disgustoso “ e complesso ruolo di Bruno, un informatore medico.

Lavora per un colosso farmaceutico , la Zafer, che vive un momento di crisi ( dicono sempre così le industrie del campo)ed è solo un anello, il più piccolo per altro, di una “macchina da guerra” terribile che non guarda in faccia nessuno.

Percorrere con Bruno quei dedali di corsie di ospedaliere e studi medici privati ti fa catapulta in un girone dantesco. Una sorta di vorticosa discesa agli inferi dove persino il protagonista  finisce per esser “nocchiero infernale” e dannato al tempo stesso.

In gergo il lavoro in cui si cimenta Santamaria si chiama “comparaggio”, una pratica illegale per convincere i medici di base o anche i primari di ospedali pubblici all’utilizzo dei propri prodotti farmaceutici. Alcuni dei destinatari delle avances si sottraggono sdegnati mentre molti altri stanno al gioco e ci sguazzano.

Chi è recalcitrante, se si tratta di un pezzo grosso in grado di assicurare grandi profitti alla casa farmaceutica, non viene mollato ma costretto a ragionare sulla cosa in ogni modo possibile.

Il farmaco non è nient’altro che un prodotto commerciale e come tale viene trattato. Bruno per quanto spietato e pronto ad ogni compromesso non è altro che lo specchio di una società che per arrivare al successo non si ferma davanti a nulla.

L’input per la scelta del regista toscano viene, purtroppo per lui, da una vicenda personale che trasforma tutto in una esigenza e necessità.

La frequentazione del regista con molti informatori scientifici di vario livello e di vari capi area ha contribuito a formare un quadro assai aderente alla realtà.

Resta comunque un film e non un documentario lo ricordo, e con la necessità insita di una drammaturgia nella sceneggiatura alla cui stesura Michele Pellegrini e Amedeo Pagani hanno contribuito in maniera decisiva e fruttuosa.

Curiosi  i rimandi che nella pellicola ci sono più o meno evidenti ad Elio Petri, ferma restando la diversità del taglio stilistico. Dalla scelta del nome Zafer che era lo stesso dell’albergo in cui si svolge “Todo modo” al nome del politico Alberto Petri interpretato da Vincenzo Tanassi.

Un argomento quello trattato dal film di cui probabilmente si dovrebbe parlare molto di più di quanto non avvenga.

“La ragione principale per cui se ne parla poco in tv è che le case farmaceutiche fanno molta pubblicità su giornali e tv. È la stessa ragione per cui quando abbiamo scoperto cosa c’è nell’acqua minerale in servizio di Report tutti si sono posti la stessa domanda. Perché le acque minerali sono i principali inserzionisti dei media, oltre al problema non di minor conto, di non voler spaventare troppo la gente” spiega Marco Travaglio ( il Prof. Malinverni del film)in conferenza stampa.

“La Bnl era disposta a dare l’ok per il tax credit ma ci ha ripensato, dopo esser venuta a conoscenza della storia,  affermando di non voler mettersi contro le case farmaceutiche”, ha rincarato Pagani.

Non posso che invitare ad andare a vedere un film come questo che sebbene sia un pugno in faccia, ci pone di fronte anche alle nostre scelte, su cosa siamo e cosa siamo disposti a fare per esser chi vogliano essere.

Santamaria è estremamente azzeccato per il suo ruolo così come Evita Ciri in quello di sua moglie. Persino Marco Travaglio è perfetto in quello del primario mentre ho trovato un po’ sopra le righe una Isabella Ferrari alle prese con la rappresentazione di una spietata capo area, pure lei vittima e carnefice al contempo.

Un film che indaga nelle pieghe della sanità senza mai annoiare e con il pregio di farti immergere completamente nelle vicende personali e generali.

Con la speranza di non trovarsi di fronte ad un nuovo caso come quello di Song e’ Napule, bistrattato da una distribuzione davvero troppo misera ( a Roma Il film è attualmente in programmazione nel solo cinema Barberini), mi auguro che gli appassionati di cinema non perdano l’occasione

Dal 29 aprile malgrado i tanti ostacoli intervenuti in corso d’opera, “Il Venditore di medicine”  vedrà la luce  nelle sale italiane: buona visione!

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