Sul retro dei suoi romanzi pubblicati tutti da Newton Compton Bianca Marconero viene presentata come una scrittrice di Reggio Emilia, che vanta un’esperienza come redattrice di periodici per giovani lettori e ragazzi.

Ma questa quarta di copertina ci racconta cosa Bianca Marconero fa e non chi è.

Ecco perché, grazie alla disponibilità dell’autrice del romanzo Non è detto che mi manchi di cui vi abbiamo già parlato in una recensione, abbiamo cercato di andare più a fondo nell’arte narrativa della scrittrice, cercando di capire da dove le arriva l’ispirazione, come nascono le sue storie e, dunque, tentare di fare luce su chi Bianca Marconero è, almeno quando indossa i panni di autrice e cantastorie.

Di seguito quello che ci ha raccontato:

Ciao Bianca, innanzitutto grazie per aver trovato il tempo per rispondere a questa intervista.

Grazie a te.  Il tempo prezioso è sempre il vostro.

Se dovessi presentarti a un pubblico che non sa niente di te, che non ha mai sentito parlare dei tuoi libri, che ignorava la tua esistenza fino a un secondo fa, cosa diresti? Come spiegheresti chi è Bianca Marconero?

Credo che tu, senza saperlo, abbia appena centrato l’unica domanda che mi mette davvero in crisi. È difficile parlare di Bianca Marconero.

Lo pseudonimo stesso è un tentativo di oggettivare un aspetto della mia personalità così autonomo da rasentare il disturbo dissociativo.

Se cercassi di spiegare chi è lei, finirei per dimostrare che non ne sono capace. Ma ho il talento di scoraggiare chiunque dal leggermi. E questa risposta lo dimostra.

Come nasce una tua storia? Da cosa parti? E come fai ad assicurarti di arrivare alla parola fine? Hai dei rituali personali, musiche che ti ispirano?

La storia nasce da una scena. Da una situazione. Le domande si affollano intorno a questo quadro, si genera una sorta di inchiesta per capire chi, dove, come, quando e perché. Le risposte che mi do sono lo scheletro della storia. 

Arrivare alla parola fine è un atto di volontà e autoaffermazione. Un po’ come Rocky quando prende i pugni, cade e si rialza. Si  rialza perché sceglie. Finisci una storia perché lo scegli.

Per quello che riguarda i rituali, purtroppo non me li posso permettere, perché la scrittura si inserisce sempre negli slot di tempo che il resto della vita le concede. Segmenti non programmati.

La musica invece è un fattore importante. Io prediligo le partnership con un solo, inconsapevole, cantautore.

Per Albion le mie muse sono i Mumford and sons. Per L’ultima notte al mondo è stato Tiziano Ferro. Ho fatto eccezione con Un altro giorno ancora dove la playslist era ibrida: avevo i Beatles che mi consentivano di mantenere il contatto con Andrea, e avevo i Green day per Elisa. 

In questi giorni è scoppiata una polemica inerente un noto personaggio legato al mondo dell’editoria e della musica. Ci sono accuse di ragazze che si sono viste sottoporre un contratto editoriale solo in cambio di favori sessuali.

Purtroppo viviamo ancora in una società in cui un uomo si arroga il diritto di trattare le donne come semplici emanazioni del suo desiderio.

Cosa consiglieresti, invece, a delle ragazze che vogliono raccontare una storia e vederla pubblicata? Cosa consiglieresti loro di fare per realizzare se stesse senza passare attraverso le mani di uomini che cercheranno di sfruttarle?

Essere donne è una faccenda complicatissima. Ti si richiede di dimostrare che sei brava, “nonostante” e che hai le qualità “esattamente come”. La strumentalizzazione della donna è un abominio che ha radici culturali radicate.

In alcuni contesti geo-politici è accettata acriticamente. Come tutti i cambiamenti reali deve partire da una presa di posizione dei singoli.

In un’altra intervista avevi dichiarato che cantastorie ci si nasce. Come a voler dire che non si diventa scrittori. Lo si è e basta. Ma tu sei anche una scrittrice pubblicata, quindi una persona che è riuscita a fare della propria predisposizione un mestiere.

E’ cambiato qualcosa dai giorni in cui scrivevi solo per rispondere a una necessità a quando, invece, scrivi per rispettare scadenze e contratti?

Sì, è una cosa di cui sono convinta. Ci si nasce, per quanto uno possa tardare a palesare la propria inclinazione. In merito alla “riuscita” di un autore, a me sembra solo l’istantanea di un secondo.

Oggi sei in libreria, domani no. Oggi sei al top, domani sei finito. La vera saggezza, secondo me, sta nella consapevolezza che i traguardi non esistono.

E, in ogni caso, credo si debba scrivere come se nessuno ci dovesse leggere. Altrimenti si corre il rischio di diventare disonesti.

Si dice sempre – e questo è un detto che può essere accompagnato da dati statistici specifici – che in Italia sono più le persone che scrivono, rispetto a quelle che leggono.

Tu che rapporto hai con la letture? Leggi molti autori/autrici italiane?

Non crederò mai a uno scrittore che non legge, Erika, mai. Non possiamo ridurre tutto all’ispirazione, la narrativa non è l’emanazione di un ego invasato e ubriaco di sé stesso.

La prima stesura la devi fare di pancia, ma poi devi avere la freddezza e il distacco per trattare quel testo come se non fosse tuo. Amputarlo, sezionarlo, squartalo e infine, se necessario, cestinarlo. “Ammazzare i tuoi prediletti” deve essere la regola.

Gli strumenti per essere il primo editor di te stesso te li danno gli altri scrittori. Non necessariamente i manuali, o le scuole di scrittura, ma il tirocinio sul campo, tra le pagine dei bravi e dei bravissimi.

Credo nella regola “leggi libri che non saresti mai in grado di scrivere”. Leggere in Italiano è un dovere per ogni scrittore. Qualsiasi opera tradotta è stata mediata da almeno due penne che non sono quella dell’autore. Se si leggono opere tradotte avremo solo un calco, un’equivalenza.

Ora passiamo al tuo ultimo romanzo, Non è detto che mi manchi. Come è iniziata la tua collaborazione con Newton Compton?

Mi hanno trovata con il loro scouting in rete. Mi hanno chiesto in lettura La prima cosa bella. Ho firmato con loro nel 2014 e ho dovuto aspettare giugno del 2016 per vederlo pubblicato.

Quindi è iniziata che ero già… stanca!

In tutti i tuoi romance, e Non è detto che mi manchi non fa eccezione, un ruolo privilegiato lo svolge sempre la scelta della location. Che sia Bologna o Milano o qualsiasi altra città, il setting delle tue storie non è mai un mero sfondo, ma diventa quasi un personaggio aggiunto.

Come decidi quale città sia più adatta per la tua storia?

In realtà sono anche le città a scegliersi le storie. Bologna è una città di aperte vedute, votata all’integrazione e con una grande tradizione di attenzione sociale.

E Riccio di L’ultima notte al mondo è figlio di questa città; Milano è la città dell’editoria e dei periodici, ecco perché Palazzo Edicola, di Non è detto che mi manchi, si trova a Milano.

Roma è una città decadente e opulenta, eterna e per certi versi sensuale, lì ci ho ambientato Il maledetto per sempre, che è un new adult dalle tinte accese. Con una forte componente erotica.

Non è detto che mi manchi è la storia d’amore tra un nerd che spera di inventare il proprio videogioco e un influencer che guadagna attraverso i like sui suoi canali social. E’, dunque, un romanzo perfettamente inserito nel contesto culturale in cui stiamo vivendo.

Allo stesso tempo, però, è comunque una sorta di favola, qualcosa che somiglia – per indole e atmosfere – alle commedie romantiche di Nora Ephron.

Ti lasci mai influenzare dal cinema o dalla musica mentre scrivi?

Tantissimo. I film della mia vita hanno la stessa importanza di un vissuto reale. Ne La prima cosa bella il mio immaginario di matrice cinematografica è diventato il pretesto per una storia sulla impossibilità di decidere la propria trama.

La prossima scena, riservata a ognuno di noi, è un mistero impenetrabile. E questa è una la nostra grande fortuna di esseri umani.

Pur facendo parte di un genere fortemente stereotipato, quello dei romanzi rosa, i tuoi libri si discostano sempre dalla media del prodotto offerto per una consapevolezza maggiore: sia della scrittura, sia dei personaggi, che non sono mai perfetti e non sono mai uguali a se stessi.

E proprio i personaggi sono sempre il punto forte di ogni tua storia. Come lavori alla loro caratterizzazione?

Come di certo comprenderai, la percezione di ciò che faccio, rispetto al genere di cui scrivo, è troppo interna per essere attendibile. I miei sono indubbiamente romanzi rosa, per la centralità dell’aspetto sentimentale. Racconto di persone che si innamorano.

Ciò che so per certo, tuttavia, è che cerco di farli innamorare davvero. Non perché devono, non perché la storia lo prevede. Lavoro sui personaggi partendo dalla vita. Ho conosciuto persone che mi hanno ispirato tutti, e dico davvero tutti, i personaggi di cui ho scritto.

Lo studio dei caratteri si compie sempre nella vita reale, poi si trasporta nella finzione. Io sono una persona estremamente curiosa.

Al momento sei in libreria con dei romanzi rosa, ma hai un seguito molto forte e decisamente leale per la tua saga Albion. In quale genere ti muovi più agilmente?

E c’è un genere in cui ti piacerebbe cimentarti, ma temi di non saper affrontare?

Chiudere un Rosa è più semplice che chiudere un Fantasy, almeno un Fantasy come il mio che comporta un certo studio sulle fonti e una tecnica, il punto di vista multiplo in terza persona, che mi impone continue revisioni nel tentativo di calibrare le parti.

Se con agilità intendi disinvoltura e velocità, allora il mio genere è il Rosa.

In merito ai generi ancora intentati, confesso di avere due grosse ambizioni: scrivere un thriller ambientato nel mondo della storia dell’arte, scrivere un romanzo che parla della Seconda Guerra  Mondiale.

Mio nonno è stato catturato dagli Alleati e deportato negli Stati Uniti come prigioniero di guerra. Ha scritto duecento lettere a mia nonna, iniziano quasi tutte con le parole: “Adorata moglie mia”.

È una storia che mi piacerebbe raccontare.

Ringraziamo tantissimo Bianca Marconero per aver trovato il tempo di rispondere alle nostre domande.
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Chi sono
Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Nata a Roma, si innamora perdutamente della capitale che le ha dato origine e finisce col diventare una tifosa appassionata della squadra di calcio della città. Ha cominciato a scrivere quando era molto piccola: dopo aver visto Edward Mani di Forbice di Tim Burton, ha scritto una storia breve per cambiare il finale triste della pellicola. Da allora non ha mai smesso. Nel tempo libero legge un mucchio di romanzi, organizza viaggi (se sono in Francia tanto meglio) e compra montagne di smalti colorati.
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Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Nata a Roma, si innamora perdutamente della capitale che le ha dato origine e finisce col diventare una tifosa appassionata della squadra di calcio della città. Ha cominciato a scrivere quando era molto piccola: dopo aver visto Edward Mani di Forbice di Tim Burton, ha scritto una storia breve per cambiare il finale triste della pellicola. Da allora non ha mai smesso. Nel tempo libero legge un mucchio di romanzi, organizza viaggi (se sono in Francia tanto meglio) e compra montagne di smalti colorati.
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