Torna in scena Sempre Promesse al Teatro San Paolo di Roma. A dirigerlo è il giovane Pietro Morachioli che abbiamo avuto il piacere di intervistare prima dello spettacolo che parte l’8 gennaio.

Sempre Promesse è già andato in scena al Teatro Trastevere, è cambiato qualcosa rispetto alla prima messa in scena?

Pietro MorachioliLa base è rimasta invariata, ma lo spettacolo è cresciuto. La prima versione era ancora acerba. Io stesso avevo una visione più “limitata” rispetto ad oggi. Quello che mi piace pensare è: “se a chi è venuto a vederlo 4 anni fa è piaciuto, questa nuova versione piacerà molto di più”. I personaggi stessi sono più maturi, perché ho avuto modo di approfondirli di più, di dargli uno spessore diverso, aggiungendo una piccola dose di drammaticità in ognuno, che, amalgamandosi con il tono leggero della commedia, non fa che metterli in risalto.

Sei un regista molto giovane. E’ decisamente un punto di forza, ma credi ci siano momenti in cui essere giovani in questo ambiente sia un limite?

Il fatto di essere giovani è sì una forza, nel senso stretto del termine, per preparare, organizzare e mettere su uno spettacolo ci vuole energia. Non è una passeggiata e la giovinezza aiuta… Ma il discorso cambia quando ci si propone nel modo del lavoro, confrontandosi con chi ha già un vissuto, un curriculum e un’esperienza, ovviamente, maggiore della tua. Molto spesso vieni messo da parte o non vieni preso neanche in considerazione proprio perché “troppo giovane”. Purtroppo, in questo paese, essere giovane è spesso sinonimo di inesperienza e/o di inaffidabilità. Il che è una contraddizione, perché si diventa affidabili con l’esperienza e l’esperienza si acquisisce solo lavorando.

Come sei entrato in contatto con il cast?

Dal punto di vista emotivo, è stato semplice perché condividiamo la stessa passione e dedizione per questo magnifico mestiere. Il mio obiettivo è quello di avere una compagnia stabile e sto lavorando in questo senso. Tutti i miei attori sono dei veri e propri Professionisti. Sì, siamo giovani, sconosciuti o semisconosciuti (ancora per poco, spero), ma abbiamo alle spalle delle basi forti e l’impegno e la serietà di tutti lo dimostrano.

Non sei al primo spettacolo teatrale. Quando hai mosso i primi passi come regista e quanto ti senti cambiato rispetto ad allora?

Il mio primo spettacolo da regista è stato proprio questo, quattro anni fa: una prova, un esperimento. Da allora, visti i risultati, ho continuato. Ho avuto, nel mio percorso, la possibilità di potermi rapportare ad altri registi importanti, che mi hanno insegnato molto e mi hanno fatto crescere. Oggi, rispetto alla prima volta, ho meno paura di andare oltre, di sperimentare, di osare per suscitare emozioni. Certo, posso ancora migliorare molto…(ride)

Sottolinei nelle note di regia che è uno spettacolo dove ci si diverte senza essere volgari, credi che la volgarità si stia utilizzando spesso come mezzo per strappare una risata facile?

Che la volgarità sia un espediente comico, non lo metto in dubbio, ma che oggi sia un po’ inflazionata, è altrettanto vero. Ci siamo abituati a questo dimenticandoci che in fondo, i padri della comicità italiana, non ricorrevano e non ricorrono, gratuitamente, a parolacce e doppi sensi spinti… Poi certo, quando ce vo’, ce vo’…

Ci si può divertire anche senza esagerare, questo è quello che cerchiamo di fare. Portare le famiglie a teatro e non precludere a nessuno una risata.

Come ti vedi “da grande”?

Sicuramente su un palcoscenico…. Poi di quale zona del mondo non lo so.

 

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