Preambolo necessario
In questi giorni, l’Italia della musica si prepara per il Festival di Sanremo 2026: nomi, curiosità, attese. Ma noi — in un piccolo atto di nostalgia e omaggio — ci siamo chiesti: «E se Ornella Vanoni potesse ancora dare un parere?». Così abbiamo deciso di “intervistarla” idealmente, lasciando che fosse lei — con la sua voce graffiante, sfrontata, mai accomodante — a commentare il presente della musica italiana. Un modo per ricordarla, ma anche per tener vivo il suo spirito, quella sua capacità di non farsi mettere in gabbia da nulla (né dai gusti, né dalle mode, né dalle convenzioni).
— Ornella, Carlo Conti, in questi giorni, ha svelato i big in gara al Festival di Sanremo 2026. Che cosa ne pensi di questa kermesse che ogni anno sembra attirare — e respingere — tantissimi artisti?
“Ah, Sanremo… ogni anno è come un grande mercato delle vacche, dove qualcuno tira su la voce e qualcun altro compra. Ci stanno le promesse che suonano bene al mattino e si dimenticano la sera. Io ho cantato a Sanremo otto volte nella mia vita, mica per moda. Oggi molti cercano la nota gridata, la coreografia, il like… ma la musica , quella vera, non è una passerella. È anima. Vogliono Sanremo per apparire, non per comunicare. E va bene, ma allora ditecelo: non chiamatela canzone, chiamatelo show.
— Ti sembra che tra i nuovi partecipanti ci sia qualcosa che meriti davvero attenzione?
“Guarda, non seguo con la stessa frequenza di una volta, ma da quel che vedo: poca voglia di rischiare. Tanti precotti, tanti ragazzi calcolati. Se mi chiedi se c’è un’esplosione di originalità: vedo un difetto di stomaco, non un cantautore che mastica la verità. Però magari mi sbaglio — mi piacerebbe beccare qualcuno che grida dal palco “io non ci sto”, non “caro pubblico, sorridi per favore”.
— Molti dicono che Sanremo è cambiato, che deve cambiare con i tempi. Tu cosa ne pensi?
“Certo che deve cambiare. Ma cambiare per essere autentico, non per inseguire un algoritmo. Una volta la canzone era una storia, una confessione, un’intimità. Oggi sembra che tutto sia scandito da streaming, promo, fila davanti a un palco. Io mi chiedo: ma dove sono le voci sporche, le rughe sulla pelle del canto, il rischio di sbagliare? Preferisco una voce che trema ma dice qualcosa, a cento che cantano tutti uguali. “
— Dici che la musica italiana rischia di perdere qualcosa di importante?
“È già successo. Quando le etichette e i discografici diventano stilisti, e i cantanti diventano influencer, la musica diventa un prodotto da scaffale, non un’esperienza umana. Io ho vissuto decenni di canzoni che uscivano dall’anima, quelle restavano. Queste qua, boh, evaporano come fumo. E la memoria del pubblico si perde. Così muore la nostra canzone, quella italiana, quella che aveva un profumo. La musica non è moda, è memoria. E la memoria, mia cara, non si compra al supermercato.”
Epilogo, necessario almeno quanto il preambolo…
Ornella Vanoni non era una che amava i compromessi. Non era nel giro della nostalgia facile, ma viveva di verità, di scarti, di imperfezioni. Questo è un piccolo atto di resistenza: un ricordo che vuole stimolare — anche in chi oggi fa musica, scrive canzoni o le ascolta — un po’ di sana inquietudine. Perché forse, come cantava lei, “la musica è finita” solo per chi ha smesso di ascoltare davvero.






