Il nuovo film di Blake Lively, tratto dal bestseller It Ends With Us e diretto da Justin Baldoni, si muove su un terreno complesso ma scivoloso: raccontare una storia d’amore che si trasforma in violenza domestica. Il film è disponibile in streaming su Netflix.

Il film resta sospeso tra due anime – commedia romantica e dramma – senza riuscire davvero a scegliere. E nel tentativo di tenere insieme entrambe, finisce spesso per eccedere in melassa, indebolendo proprio il suo messaggio più importante.

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Un inizio che funziona: l’amore perfetto (o quasi)

La prima parte è la più convincente. La relazione tra Lily e Ryle viene costruita con cura, tra dialoghi leggeri, complicità e attenzioni costanti da parte di lui. È qui che il film funziona davvero: l’atmosfera è quella della commedia romantica, credibile e coinvolgente. L’idealizzazione dell’amore è totale e lo spettatore viene trascinato dentro questa dimensione idilliaca.

Il punto di vista è chiaramente quello di Lily: vediamo ciò che vede lei, e proprio per questo non cogliamo subito i segnali di allarme. Questo meccanismo è uno degli elementi più riusciti del film, perché riflette una dinamica reale nelle relazioni tossiche.


Il passato di Lily: un trauma accennato ma non elaborato

A complicare la figura della protagonista c’è un background familiare segnato dalla violenza domestica. Lily cresce in un contesto in cui il padre è violento e la madre sceglie il silenzio.

Un episodio chiave – il pestaggio di Atlas, il suo primo amore – resta una memoria traumatica mai davvero affrontata. Questo elemento, che potrebbe essere centrale per comprendere le sue scelte, viene invece solo sfiorato.

Il film suggerisce una continuità tra passato e presente, ma non la sviluppa: la ripetizione del ciclo della violenza resta implicita, senza una vera analisi.


Quando il film cambia tono (e perde equilibrio)

Con il passaggio dalla leggerezza iniziale al dramma, il film mostra tutte le sue fragilità. Il cambio di registro è brusco: da commedia romantica a racconto di abuso, senza una transizione narrativa sufficientemente solida.

I personaggi diventano meno coerenti, le svolte più forzate, e la narrazione si appoggia sempre più a un’emotività facile, spesso indulgente. È qui che emerge l’eccesso di melassa: scene costruite per commuovere più che per far riflettere.


Violenza domestica: tra racconto e ambiguità

Il nodo centrale resta il modo in cui viene rappresentata la violenza. Il film prova a mostrarne la complessità, ma finisce per adottare un approccio ambiguo.

La figura maschile viene spesso raccontata attraverso le sue fragilità e i suoi traumi, rischiando di spostare l’attenzione dalla responsabilità delle sue azioni a una loro giustificazione emotiva.

Parallelamente, Lily appare intrappolata in una narrazione che mostra il suo restare, ma senza approfondire davvero le dinamiche psicologiche della dipendenza affettiva.

Il rischio è quello di trasformare un tema strutturale in un conflitto sentimentale, riducendone la portata.


Un finale debole e poco incisivo

Se l’inizio riesce a coinvolgere, il finale è il punto più debole. La risoluzione appare affrettata e semplificata, senza una vera elaborazione delle conseguenze. Manca una presa di posizione narrativa forte, capace di dare senso al percorso. Il film si chiude, ma non lascia un’impressione davvero incisiva.


Una storia importante, raccontata a metà

It Ends With Us colpisce nella sua prima parte, quando racconta l’illusione dell’amore perfetto e il punto di vista di chi non vede i segnali.

Ma perde forza quando deve affrontare davvero il tema della violenza domestica. Restando sospeso tra romance e dramma, e indulgendo spesso in una narrazione troppo emotiva, finisce per non reggere fino in fondo il peso della sua storia.

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