Jeff Buckley, la voce con un odore, una temperatura e un colore

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Era il 29 Maggio del 1997 quando Jeff, dopo una sessione di registrazione, per gioco si tuffò nel Wolf River, un affluente del Mississippi. Il suo corpo fu ritrovato dopo 6 giorni.

Spesso gli artisti si scoprono per caso. Anche per Jeff fu così.

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Il caso volle che fosse una cover a presentarmi la sua voce.

Ricordo tutto. Quella voce aveva un odore, una temperatura, un colore.

Era la celebre Halleluja e io non l’avevo mai sentita. Ero stanca, ma ero felice…senza un motivo preciso. Quella voce e quelle parole raccontavano pienamente il mio stato d’animo.

Decisi di volerne scoprire di più su quel artista che aveva saputo accompagnare così bene quelle sensazioni.

Scoprii che oltre a essere un delicatissimo cantautore ed interprete, era un ragazzo bellissimo.

Scoprii che visse lo spazio di un mattino.

Un solo album fu sufficiente a consacrare il grande talento di Jeff Buckley. Quella voce che tutti conoscono come la versione definitiva della cover di Leonard Cohen, Halleluja.

Ma c’è dell’altro.

C’è la bellissima The last Goodbye, in perfetto sound anni novanta; come anche Grace.

In mezzo ci son sacrifici e gavetta.

C’è il fare il lavapiatti nello stesso locale, il Sin-è, dove Jeff si esibisce il lunedì sera.

C’è l’arrivo della telefonata da sempre sperata da parte dell’etichetta discografica del suo idolo Dylan, la Columbia.

Dopo tanti anni di sacrifici per affermarsi per la propria musica, People nel 1995 lo inserisce tra i 50 most beautiful people. Esperienza che Jeff Buckley considerò “mortificante”.

Spesso accade che, ricordando un artista scomparso, si finisca per circondarlo di un’aerea che forse non merita.

Non è questo il caso.

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