Julieta è una donna di mezza età. E’ ancora bella, e apparentemente innamorata, ma un velo di tristezza e malinconia le vela il volto. Ha appena deciso di andarsene da Madrid e di seguire lo scrittore Lorenzo, suo nuovo compagno, in Portogallo. Ma un fatto inaspettato le fa cambiare idea, e la ritornare a riflettere sul suo passato burrascoso. Per questo motivo, sceglie di rimanere a Madrid e lasciare Lorenzo, e comincia a scrivere una lettera alla figlia Antia, il cui reale destinatario è però se stessa, per rimettere in ordine i cocci di una vita sfilacciata.

JulietaAlmodovar ritorna, dopo il deludente Gli amanti passeggeri, a tratteggiare i suoi temi più cari: l’assenza, il dolore, il destino. E lo fa tratteggiando figure femminili fra le più forti e caratterizzate della sua lunga carriera. Julieta, affidata alla sensibilità di due fenomenali attrici, Adriana Ugarte (Julieta da giovane) e soprattutto Emma Suarez (la Julieta che conosciamo fin dall’inizio), è una donna qualsiasi, perfino banale se si vuole; non ha la tragicità dell’emarginata né la potenza dell’eroina: è una professoressa di lettere classiche che ha sofferto per aver amato, che forse ha amato nel modo sbagliato, e che si ritrova, a 50 anni, sola. Ma proprio per questo Almodovar la rende emblematica di un intero universo. Non solo di quello femminile, da sempre adorato dal regista spagnolo, ma di un’umanità intera alle prese con le proprie miserie e i propri tentativi di sopravvivenza.

C’è una malinconia di fondo che pervade tutto il film, quello sconforto che prende a chi si rende conto, all’improvviso, di avere sbagliato troppe scelte nella vita, e di non avere niente altro da fare, ormai, se non quello di ricordare. Almeno per fissare i momenti. Almeno per chiarirsi, e forse provare a non commettere più errori. Ma c’è anche un senso di angoscia e di tragedia imminente, in ogni inquadratura, sottolineata dalle musiche di Alberto Iglesias, dagli eccessivi colori anni ’50, dai capelli biondi alla Kim Novak della Julieta giovane, tutti aspetti che portano lo spettatore in un’atmosfera alla Hitchcock, e che forse costituiscono l’aspetto meno riuscito del film. La dolente e progressiva autoconsapevolezza di Julieta, seguita con amore e sollecitudine dalla macchina da presa del regista, mal si concilia infatti con il thrilling incentrato su figure archetipiche come la governante misteriosa e onnisciente, il mare burrascoso, gli occhi accesi e spalancati della giovane davanti al dramma che si sta compiendo.

Nonostante questo, il film di Almodovar conquista e seduce in modo diretto, senza enfasi né retorica. E molto si deve ai racconti da cui è tratto il soggetto, scritti da Alice Munro, la straordinaria scrittrice canadese che come nessun altro ha saputo descrivere, negli ultimi trent’anni almeno, la solitudine umana davanti agli scempi del destino sconosciuto.  L’antiretorica dello spunto, se a tratti può diventare fin troppo minimalista, impedisce al film di scadere in territori pericolosamente irrealistici, anche quando la somma delle tragedie e delle epifanie diventa insopportabile.

 

Julieta

Di: Pedro Almodovar – Ispirato ai racconti “Fatalità”, “Tra poco” e “Silenzio” di Alice Munro, nella raccolta “In fuga” (Einaudi Editore) – Con: Adriana Ugarte, Emma Suarez, Daniel Grao, Inma Cuesta, Rossy De Palma – Sceneggiatura: Pedro Almodovar – Produzione: Pedro Almodovar, Agustìn Almodovar, Esther Garcia – Foografia: Jean-Claude Larrieu – Montaggio: Josè Salcedo – Musiche: Alberto Iglesias – Durata: 99 min – Produzione: Warner – Spagna, 2016

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Davide Verazzani è un formatore aziendale e consulente organizzativo milanese, da sempre appassionato di cinema e teatro, arti che utilizza durante i suoi corsi esperienziali. Dal 1998 ha collaborato, come recensore e critico, a numerose riviste e webzine di cinema e teatro; dal 2003 scrive sceneggiature per lungometraggi e webseries e testi teatrali; dal 2006 frequenta corsi di recitazione e regia teatrale; nel 2010 ha formato una compagnia teatrale non professionista, che produce ogni anno uno spettacolo originale su testi collegati al mondo del cinema.
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Davide Verazzani è un formatore aziendale e consulente organizzativo milanese, da sempre appassionato di cinema e teatro, arti che utilizza durante i suoi corsi esperienziali. Dal 1998 ha collaborato, come recensore e critico, a numerose riviste e webzine di cinema e teatro; dal 2003 scrive sceneggiature per lungometraggi e webseries e testi teatrali; dal 2006 frequenta corsi di recitazione e regia teatrale; nel 2010 ha formato una compagnia teatrale non professionista, che produce ogni anno uno spettacolo originale su testi collegati al mondo del cinema.
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