Nelle librerie italiane le copertine colorate di Gioconda Belli stanno attirando l’attenzione tra quelle degli autori contemporanei di maggior rilievo.

Galeotte sono state senz’altro la pubblicazione di Feltrinelli dell’ultimo libro della scrittrice nicaraguense, Le febbri della memoria, e la presenza di quest’ultima all’edizione più recente del festival Dedica di Pordenone, che ogni anno offre un’immersione nel mondo di un autore protagonista degli eventi in programma.

La donna abitata - CopertinaPurtroppo non ho assistito a nessuno degli appuntamenti del festival, che si è svolto in marzo ed ha alternato presentazioni e letture delle opere di Gioconda Belli a eventi volti a far conoscere alcune delle facce più controverse ma anche più affascinanti del Nicaragua.

Nonostante ciò, per colmare il mio vuoto conoscitivo in materia di letteratura del Nicaragua mi sono procurata il primo romanzo di Gioconda Belli, La mujer habitada, pubblicato con enorme successo nel 1988 e tradotto in quattordici lingue.

La donna abitata è un romanzo a due voci che si alternano, si interrogano a vicenda, confluiscono l’una nell’altra.

Le voci del romanzo

A dominare è quella di Lavinia, una ragazza che, dopo aver terminato i suoi studi di architettura in Europa, torna al suo paese d’origine, il Nicaragua, per vivere come una donna emancipata e indipendente.

Nel paese centroamericano degli anni 70, però, c’è poco spazio per ideali di libertà e di uguaglianza: al potere c’è il dittatore Anastasio Somoza Debayle, ultimo erede dell’ autocrazia personalista della famiglia Somoza che, a partire dal 1937 è fautrice di governi corrotti e repressivi.

È la seconda voce, quella dell’indigena Itzá a guidare Lavinia verso un cammino di ribellione collettiva che la storia registrerà celebrando l’eroismo di coloro che hanno avuto il coraggio ribellarsi all’usurpatore.

La donna abitata segue i passi di un rituale di iniziazione, forse lo stesso compiuto dall’autrice Gioconda Belli che, como Lavinia, ha partecipato attivamente alla resistenza contro la dittatura fino al punto di dover riparare in esilio in Costa Rica prima, in Messico poi.

La prosa scorrevole è data dalla narrazione testimoniale che assume il punto di vista di un soggetto esterno agli eventi, quello di una ragazza nata da una famiglia borghese in Nicaragua, per raccontare la feroce bellezza di un paese in lotta per la libertà.

Unica nota: La donna abitata viene spesso associata al realismo magico, soprattutto per quanto riguarda la misteriosa relazione che si stabilisce tra Lavinia e l’indigena Itzà.

Personalmente credo che l’urgenza della testimonianza vada un po’ a discapito del debole tentativo di associare il coraggio di Lavinia a l’ingestione di un’arancia in cui si sarebbe reincarnata l’indigena Itzá.

La donna abitata di Gioconda Belli, trad. Margherita D’Amico, Edizioni E/O, Roma, 2018.

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Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Neolaureata a Ca’ Foscari in Lingue e letterature europee, americane e postcoloniali, nutre una passione per tutto ciò che sfida i confini dell’immaginazione e sovverte il concetto di realtà. Affetta da un disturbo ossessivo compulsivo che le fa leggere tutto ciò che le passa per le mani, ama in particolar modo la letteratura ispano-americana, in cui sogna di precipitare, realizzando un lungo e memorabile viaggio attraverso i paesi dell’America Latina.
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    La donna abitata di Gioconda Belli

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