Quando improvvisamente si palesa il dolore cogliendoci impreparati e da soli, la mamma è la persona che si evoca per prima.

La mamma che ci ha messo al mondo per il nostro bene, per il nostro meglio. La mamma che genera vita  dal sangue  e dal  dolore e che mai vorrebbe sangue e dolore per un figlio.

La mamma che ci accarezza nel sonno o che ci sprona a camminare sempre nonostante le avversità del cammino; la mamma che poi ti giri e proprio in quel momento tragico, quello in cui sei immersa nel buio più totale, quello in cui non hai istruzioni d’uso e non sai come continuare, dove proseguire, se proseguire…la mamma non c’è e tu la invochi nel dolore “Mamma, dove sei!”.

Il 26 Ottobre ha debuttato presso Teatrosophia La gabbia di carne di Luca Gaeta con Valentina Ghetti.

È uno spettacolo straziante, devastante, per niente leggero. Uno spettacolo dove il dolore viene preso e mostrato ma con dignità da corpo fragile e voce dolce all’unisono: sono quelli di Valentina, appunto.

L’attrice racconta il suo strazio guardandolo in faccia con audacia e forza. Quella che appartiene, permettetemi, a una donna che è abituata a ricrearsi ciclicamente, che è abituata a sanguinare e a leccarsi le ferite e a continuare a riemergere dal fiume dopo un’apnea lunga o breve che sia.

Come un’ Ofelia mai morta ma risorta da un amore perverso, quello per la vanità, un diavolo che le ha comandato per anni di non appartenere a un corpo che la Natura le aveva donato dalla nascita e di farsi strappare in maniera incompetente, violenta per ben sette volte un seno “troppo grande per un corpo così esile”, una rosa che tale non appariva.

Lo spettatore entra fin dall’inizio in una sala chirurgica: tutto è verosimile, dal lettino il luogo dove l’attrice per la maggior parte della pièce rimane e si dimena, i colori freddi, blu.

In scena, nascosto da una quinta di plastica trasparente -plastica che va ad avvolgere non solo la realizzazione scenica ma il corpo stesso dell’attrice- Samuele Cestola, il performer musicale che crea stati d’animo sul testo: è una musica nata da un campionamento di suoni di ospedale e sala chirurgica e poi armonizzati in melodie elettroniche.

Può essere interpretata, quest’ultima, come l’altra voce ritmica di Valentina, come il battito naturale e colmo di rabbia, delusione e vuoto fino a sfociare in una parabola di rinascita e che sottolinea il percorso sincopato dalla fretta di vedere un corpo cambiato e la paura di morire dopo un intervento sbagliato.

Lo spettacolo è stato scritto nel 2013, su richiesta della stessa attrice Valentina Ghetti, dalla mano maschile e sorprendentemente sensibile all’animo femminile di Luca Gaeta.

Il regista drammaturgo ha lavorato, durante la stesura del testo, insieme a Mirco Marcacci, pittore che ha dipinto lo scheletro della giovane donna e sono stati, successivamente, ripresi gli sgocciolamenti assemblati poi a proiezioni del viso dell’attrice e alle curve registrate dal saturimetro (il macchinario usato durante gli interventi per monitorare frequenza cardiaca e  saturazione periferica dell’ossigeno).

L’attrice, reale protagonista, con elevata dignità racconta, in maniera dettagliata lo strazio subìto dall’errore di un chirurgo plastico per l’asportazione di un po’ di carne a un seno non voluto, utilizzando anche termini propri della chirurgia estetica da cui, per anni, ne sarà dipendente al fine da provare piacere nel dolore pur di riuscire a diventare vittima di una perfezione di plastica, falsa.

Non c’è il tempo di provare odio verso un carnefice di cui nemmeno si conosce il nome (e forse non interessa). C’è empatia tra performer e pubblico, uno scambio vicendevole di carezze non mostrate ma rumorose dal totale silenzio e attenzione che la Ghetti raccoglie con la sua spontaneità.

È una fragile bambina consapevole di essersi smarrita e la vendetta che ora chiede è solo amore per tornare ad essere amata e accettarsi in un corpo non richiesto ma da accogliere, accudire, stringere a sè, ogni giorno, ogni notte, fino all’ultima che ci sarà. Sono tagli, tanti quelli che si porta dentro, figli di lacrime sputate di notte “perchè di giorno non si piange”.

Valentina ha la forza di ripercorrere un dolore atroce una vita in un teatro e di camminare a testa alta mentre pronuncia diagnosi di anni fa come semplici battute che DEVONO essere esorcizzate in qualche modo per restituirle, poi, alla nuova donna che ha conosciuto e riabbracciare la madre cercata e mai perduta.

LA GABBIA DI CARNE

di Luca Gaeta.

Cast artistico: Valentina Ghetti.

Regia: Luca Gaeta.

Sonorizzazioni: Samuele Cestola.

Disegni: Mirco Marcacci.

Video: Virginio Fabiani / Bruno Albi Marini.

Costumi: Laura Di Marco.

26/27/28 Ottobre ℅ “Teatrosophia”

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Chi sono
Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Maria Francesca Stancapiano nasce il 22 Gennaio del 1981 in La Spezia e, dopo una formazione di stampo classica, termina i propri studi universitari presso l’Università degli studi di Pisa, con una laurea magistrale in scienze dello spettacolo, ramo teatro, argomentando la storia del cunto con una tesi sperimentale ad hoc “Il cunto: la sua trasformazione nella tradizione. Tutto il fiato in una parola con Vincenzo Pirrotta.” Acquista, così, il titolo di storica del teatro.
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Maria Francesca Stancapiano nasce il 22 Gennaio del 1981 in La Spezia e, dopo una formazione di stampo classica, termina i propri studi universitari presso l’Università degli studi di Pisa, con una laurea magistrale in scienze dello spettacolo, ramo teatro, argomentando la storia del cunto con una tesi sperimentale ad hoc “Il cunto: la sua trasformazione nella tradizione. Tutto il fiato in una parola con Vincenzo Pirrotta.” Acquista, così, il titolo di storica del teatro.
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