Al Teatro San Paolo di Roma, dall’8 al 12 novembre, è andata in scena la trasposizione del libro La parte migliore di me, scritto da Francesca Detti e Andrea Gambuzza, edito da Erasmo (novità editoriale settembre 2017).

Con la prefazione dello psicologo Nicola Artico e della drammaturga e sceneggiatrice Donatella Diamanti (ex-direttrice artistica della Città del Teatro di Cascina), lo spettacolo è un buon esempio di drammaturgia contemporanea
La parte migliore di me
Foto di scena di Paolo Signorini

Ilaria Di Luca e Andrea Gambuzza, interpretano una giovane assistente sociale, Laura Falleni, e un padre separato, Maurizio Carletti. La rappresentazione di per se è interessante ma, sebbene perda ritmo in alcuni tratti, al contempo analizza un tema attuale che tutt’oggi attanaglia i genitori separati, i quali si scontrano per l’affidamento dei figli.

Il centro della scena è un quadrato: uno spazio ristretto in cui si crea dinamismo grazie alle azioni dei protagonisti. Il monolocale è delineato da grate e da pochi oggetti di arredo, mentre monologhi e dialoghi si alternano con trepidazione. Sentimenti, rabbia, caparbietà, sbadataggine, disegnano i caratteri dei due personaggi, che provano a calarsi nei panni di entrambi.

Le estremità del palco sono invece sfruttate per raccontare situazioni private, e quindi per vivere l’esterno fuori dal contesto preso in considerazione: il colloquio tra Laura e Maurizio.

Una messa in scena pertanto efficace quella ideata da Lucio Diana.

Pensata su piani orizzontali fonde all’insieme un disegno luci peculiare con penombre dagli effetti fotografici, accompagnando il tutto da un tappeto sonoro composto da ritmi metallici e meccanici, a cura di Giorgio De Santis.

Come riavvicinarsi al figlio e dunque rassicurarlo? Questa è la presa di coscienza da parte di un padre che vive arrangiandosi, rischiando di cadere, e non risalire la china, poiché è tutto precario, veloce e rapido per pensare a tutto. Ma desidera davvero prendersi le proprie responsabilità ed è disposto a modificare il suo sistema di vita.

La parte migliore di me
Foto di scena di Paolo Signorini

La parte migliore di me, dai registri sarcastici, dallo spirito dolce-amaro, pone l’accento sul sociale attraverso un linguaggio moderno che i due interpreti scandiscono con un buon ritmo. I due personaggi, infatti, vicini lottano per ritrovare il senso delle proprie personalità.

Lei, tutta d’un pezzo soffre e si confida con la collega, ma per lavoro si dimostra dura con il suo cliente; lui, al contrario si sente fallito, non all’altezza della circostanza nella quale si trova e, tra una telefonata ed un’altra, sembra svicolare dal dilemma principale: quanto è importante il figlio per lui?

Mediante sottotesti interessanti, il pubblico è portato a comprendere il divario tra ricchi e poveri; lo spirito di adattamento e il sentirsi costantemente al limite della sopravvivenza. Infine, la rappresentazione delinea una concreta disperazione, in cui vengono coinvolte le incompetenze lavorative e personali.

Tra delusioni ed aspettative, e le speranze che ogni genitore ripone sul figlio, si ricerca l’onestà e la vicinanza con la prole, poiché il bene verso il piccolo essere è più forte di qualsiasi sbaglio fatto, affinché evidenziare appunto la parte migliore di se stessi.

 

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