L’arte non è solo colore e pennelli, ma è conoscere se stessi.

Una verità questa, confermata dalla conferenza-spettacolo L’orecchino di Vermeer in cui i linguaggi della pittura e del teatro, da dimensioni autonome, convergono in una suggestiva atmosfera fuori dal tempo dentro la cornice scenica del quadro.

Un’idea presentata al pubblico dall’Associazione Culturale Bell’Italia 88, nata da un‘intuizione di Gabriele Manili, attore e autore teatrale, regista dello spettacolo.

« L’intenzione era di creare un qualcosa che fosse di riferimento con la mostra presente in questo periodo a Roma – afferma lo stesso Manili –  una sorta di preparazione per il pubblico, anche se questo è uno spettacolo che  può essere rappresentato in maniera indipendente, sia per la storia che per come è strutturato. I testi sono stati riadattati e riscritti in drammaturgia teatrale e del romanzo sostanzialmente è rimasto solo il nome dell’autrice».

Tre piani narrativi diversi, ciascuno con il proprio linguaggio e con la sua storia da narrare, sottolineati da una scenografia, essenzialista ma di impatto: una grande cornice racchiude l’infinità dai caratteri mobili della conoscenza e dell’intimo umano, resi vivi da una luce rossa soffusa a dare il senso di profondità e di mistero. Un ritratto animato della ragazza col turbante che prende  voce e corpo dall’attrice Simona Zilli, che ne ha riscritto anche la sceneggiatura.

zilliSimona cosa hai messo di tuo nella riscrittura e qual è stato il pezzo che maggiormente ti ha colpito

Inizialmente ero partita da tutt’altra cosa, mi aveva attratto la teoria dei colori che l’autrice Chevalier Tracy racconta nel libro ma essendo una cosa tutta immaginaria, ho cambiato idea e mi sono affidata a quei punti in cui era l’emozione a trascinare il libro. Ho voluto raccontare la sensazione del personaggio, della ragazza nei confronti del pittore, il contatto, i suoi sentimenti e  cosa accadeva in lei.
Il punto che mi ha colpito é la reazione di Greit quando il pittore la vede senza il turbante, é come se l’avesse vista nuda. E’ lì che il personaggio ha un cambiamento enorme ed è lì che la spinge a fare cose che non aveva fatto prima, a provare ciò che prima non si sentiva libere di fare.

Nello spettacolo ricorre spesso il tema della vanità

La vanità viene soddisfatta ma non ha la finalità che lei vorrebbe. Ne rimane delusa perché aveva vinto delle paure e sopportato il dolore dei fori alle orecchie per il pittore, che alla fine non la ricompensa,anche se poi è ritratto in questo quadro.

Quindi la ragazza con l’orecchino svela l’intimità di Vermeer

Uscire dal quadro e guardare se stessi è  un guardare intimo, è farlo vivere, e la cornice che in scena ad un tratto si muove è indice del cambiamento e del contatto con il pubblico.

 

Lo spettacolo in maniera semplice ha saputo costruire attorno alle immagini di alcune delle più significative opere del pittore. Atmosfere di silenzi, di inclusione ed evasione dalla realtà, sottolineate da un sottofondo musicale leggero che ha condotto il pubblico in maniera disinvolta nei cambi dei piani narrativi con un gioco di complicità e di luci ad evidenziare le due dimensioni artistiche della pittura e del teatro. Tutto ciò è stato reso possibile dal contributo della critica e storica dell’arte Fulvia Strano,che ha fatto scoprire con una dialettica coinvolgente e non didattica,ma al tempo stesso accorta, la concezione artistica del pittore olandese. « Credo che questa sia la nuova frontiera della fruizione. Non penso si possa protrarre ancora per molto la visita guidata canonica. Siamo in un’epoca in cui bisogna agire in altri modi e bisogna rompere la consuetudine ormai desueta,ci deve essere una motivazione che faccia sentire protagonisti ».

È un modo questo per avvicinare all’arte anche un pubblico più giovanile e non soltanto settoriale?

Si perché la concezione  che io ho dell’arte non è solo nozionistica. La percezione artistica viene prima del nozionismo, devi prima sentire un’emozione tua.

Non è solo pennelli e colori

Assolutamente. L’orecchino di perla continuerà a raccontare storie per secoli a persone lontanissime che però provano in quel momento la stessa emozione, la stessa che trasmette quell’arte e quel pittore, sta a noi andarla a cercare.

Vermeer è un pittore di situazioni emotive, dipinge gli interni e l’intimo. La ragazza con l’orecchino come è stato definito durante lo spettacolo, è un quadro teatrale

È bello perché non conoscendo quasi nulla della sua vita e della sua storia si possono raccontare molte cose. I grandi occhi sono degli spazi aperti in questo volto che non sappiamo chi sia. E’ il più famoso tra gli sconosciuti della storia dell’arte. Le labbra socchiuse ed il gesto così spontaneo sono un richiamo per vederlo. Quando sei lì davanti poi ti focalizzi sul particolare. Le perle stesse sono due tocchi di bianco che racchiudono il segreto dell’opera in un gesto minimo, è il voler rendere sacro anche il quotidiano.

La luce è un elemento fondamentale e viene sempre dallo stesso lato, il sinistro, c’è una motivazione particolare?

No, molto probabilmente era la sua posizione di studio, lavorava sempre nello stesso studio e sempre nell’ambiente domestico, non ha mai viaggiato quindi il suo spazio visivo era la casa e questa è una delle sue sigle.

Vermeer utilizza una tecnica particolare, la camera oscura

In questo modo imposta in modo rigoroso lo spazio che l’occhio può contenere. Uno spazio minimo ma che racchiude l’infinito ed il vissuto, dentro quella stanza e da quelle persone. Dipinge delle sfumature minuscole che l’occhio non vede ma che può cogliere, come  il concetto dell’orecchino che è stato rappresentato in scena, «lui ne ha dipinto uno ma io ce l’avevo l’altro ». C’è tutto un mondo che non vediamo ma che ha delle potenzialità infinite. Un riproducibile e razionale ma che contiene anche un non riproducibile che è il sentimento che non potrà mai concretizzarsi completamente ma che anima e racconta altre storie. E’ una visione infinita dell’arte e degli uomini che non è fine a se stessa ma che può essere compresa da tutti perché capire ed entrare nell’arte è andare alla ricerca delle emozioni.

 

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Author Details
Laureata a la Sapienza in Editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione con la tesi “Il femminicidio. La favola nera della cronaca italiana“. Da sempre con la passione per la scrittura creativa e la comunicazione, consegue il diploma di laurea in Scienze della comunicazione per poi perfezionare e completare il ciclo di studi con la laurea magistrale. Le varie esperienze lavorative nell’ambito dell’informazione radiofonica e televisiva le fanno maturare e sperimentare sul campo la teoria studiata sui libri dandole la possibilità di acquisire ulteriori conoscenze. I mass media non sono le uniche esperienze lavorative e formative. Lo spirito di adattamento e la versatilità le hanno dato l’opportunità in passato di maturare esperienze in diversi settori, dall’immobiliare ai centri estivi e di doposcuola. L’incontro con il teatro avviene casualmente e la visione di uno spettacolo di Gigi Proietti si rivela fatale. La smisurata passione per il teatro si trasferisce nell’ambito degli studi portando in commissione di laurea triennale la tesi “L’arte del comunicare. Teatro e media nell’epoca post moderna” prendendo come modello di riferimento le doti comunicative di Gigi Proietti. “ Un grande errore è credersi di piu’ di quello che si è ma anche stimarsi di meno di quello che si vale” .
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Laureata a la Sapienza in Editoria multimediale e nuove professioni dell’informazione con la tesi “Il femminicidio. La favola nera della cronaca italiana“. Da sempre con la passione per la scrittura creativa e la comunicazione, consegue il diploma di laurea in Scienze della comunicazione per poi perfezionare e completare il ciclo di studi con la laurea magistrale. Le varie esperienze lavorative nell’ambito dell’informazione radiofonica e televisiva le fanno maturare e sperimentare sul campo la teoria studiata sui libri dandole la possibilità di acquisire ulteriori conoscenze. I mass media non sono le uniche esperienze lavorative e formative. Lo spirito di adattamento e la versatilità le hanno dato l’opportunità in passato di maturare esperienze in diversi settori, dall’immobiliare ai centri estivi e di doposcuola. L’incontro con il teatro avviene casualmente e la visione di uno spettacolo di Gigi Proietti si rivela fatale. La smisurata passione per il teatro si trasferisce nell’ambito degli studi portando in commissione di laurea triennale la tesi “L’arte del comunicare. Teatro e media nell’epoca post moderna” prendendo come modello di riferimento le doti comunicative di Gigi Proietti. “ Un grande errore è credersi di piu’ di quello che si è ma anche stimarsi di meno di quello che si vale” .

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