La rassegna S/Paesati del Teatro Miela Bonawentura approda il 20 ottobre al Teatro Stabile Sloveno con un monologo sull’emigrazione clandestina: Lampedusa Beach.

Attenzione a non farvi sviare dal termine “approdare” perché Lampedusa Beach ci racconta  la storia di un approdo mai avvenuto, un naufragio. Uno degli innumerevoli che avvengono nel tratto di mare che separa il continente africano dall’Italia.

La drammaturgia è di Lina Prosa, scrittrice e regista teatrale siciliana. L’interpretazione è di Sara Alzetta, rinomata attrice italiana dai natali triestini. La storia è quella di Shauba, giovane ragazza africana che attraversa il Mediterraneo su un barcone sperando in una vita migliore, e – poco basta a estenderla – di tutti coloro che hanno affrontato lo stesso destino.

L’inabissamento del corpo e della scrittura

Un monologo commovente, sotto spoglie a tratti scanzonate, che narra la preparazione alla partenza e si ferma al tragico epilogo di un viaggio verso la salvezza. A poca distanza dalle coste dell’isola idealizzata la barca in cui viaggiano stipate 700 persone si rovescia. Là dove non c’era spazio neanche per respirare gli scafisti hanno ritagliato con amare conseguenze un posto per stuprare Shauba. Le “tavole umane” – così chiamate dalla protagonista – vengono ammassate per far spazio alla violenza nella violenza tanto da compromettere l’equilibrio della barca condannando tutti.

E il cuore della narrazione sta qui, fluttua insieme alle parole di Shauba che affonda lentamente. 

Il testo è perfettamente costruito sull’inabissamento e porta lo spettatore a scendere assieme alla protagonista, appesantito dalle considerazioni e dalle emozioni che essa sfoga come le ultime riserve di aria.

Sara Alzetta ha il merito di farci immergere senza paura insieme a lei e a Shauba, grazie a una recitazione liquida e brillante, nelle acque profonde popolate da pesci e cadaveri. Fluida e acquea nella voce e nel corpo, tiene la scena con impareggiabile maestria. La visione sott’acqua ribalta quella convenzionale ed abusata sull’immigrazione e ci permette di riflettere non condizionati dal peso della gravità.

Una catabasi rivoluzionaria e politica

Difficile non pensare – anche a spettacolo concluso – al video-appello di Shauba al Capo dello Stato italiano e al Capo dello Stato d’Africa (il video design dello spettacolo è opera di Eugenio Pini). Se prosciugassimo il tratto di mare solcato dalle barche gravide di migranti clandestini le coste settentrionali africane e l’Italia si troverebbero unite. Come scrive Lina Prosa nelle note di regia: “[Lampedusa beach] Riduce a zero la distanza tra il possibile e l’impossibile”.

In questo sta l’originalità del testo. “Un’odissea sott’acqua in cui la fine, l’arrivo al fondo, è un respiro lungo elevato a racconto”

Lampedusa Beach narra una catabasi rivoluzionaria e politica che invita il pubblico a riflettere immerso nell’acqua, facendo finta che essa non eserciti pressione alcuna.

Lampedusa Beach per S/Paesati – Foto di Fabrizio Caperchi

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Appassionata di tutto e del suo opposto. Ama il teatro e il cinema, cucinare e mangiare, viaggiare e stare a casa a leggere. E ancora: architettura e arte, antichità e contemporaneità, con il cuore a oriente, la mente ad occidente e l’antropologia per cucire insieme tutte queste storie d’amore.
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