L’autoritratto. Solo guardando in faccia i propri mostri è possibile affrontarli

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L’autoritratto è l’unica immagine possibile del creatore (e il suo sguardo) nel momento stesso della creazione. [Michel Tournier]

Leggendo questa citazione, si potrebbe parlare dell’autoritratto come di qualcosa di totalizzante,in cui sono contenuti sguardo e immagine dell’autore stesso.

La possibilità di osservare se stessi dall’esterno è molto allettante, e spinge ognuno alla ricerca dei metodi più disparati per riuscire nell’intento. Già il semplice guardarsi allo specchio è la più ricorrente oggettivazione di questo bisogno, ma è ancora più necessario “fissare” quell’immagine e renderla concreta non solo al proprio sguardo.

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Molti hanno raccolto questa sfida attraverso la pittura e la scultura; altri attraverso la fotografia. Quest’ultima è, appunto, il mezzo più diretto e immediato che arriva all’origine della persona, e l’autoritratto fotografico svela sensazioni, stati mentali e reazioni istintive, difficilmente descrivibili usando come soggetto ciò che è “altro da sé”.

La scelta di un punto di vista speculare incuriosisce e al tempo stesso spaventa, proprio perché il risultato è un’incognita; forse un’immagine completamente opposta a ciò che ci si aspetta. La persona vedrà atteggiamenti, posture del proprio corpo, espressioni del volto spesso sconosciute, trovandosi di fronte a due identità differenti che coincidono. Ed è proprio questa personalità sconosciuta che l’artista è ansioso di conoscere e mostrare al mondo, cogliendo l’occasione di osservare se stesso ed appofondire la conoscenza della propria immagine.

Tra i fotografi più noti che si sono cimentati in questo campo troviamo Diane Arbus, fotografa statunitense del primo ‘900. Di fondamentale importanza nelle sue opere è la ripresa frontale. La sua visione di sé è essenziale: il corpo nudo; la macchina fotografica visibile come co-protagonista e simbolo di un’identificazione con essa. Questo dettaglio indica un approccio più distaccato alla pratica dell’autoritratto, perché la macchina da presa funge da filtro nei confronti di ogni eccesso di soggettività, distanziandosi dalle emozioni.

Ben più introspettivo e diretto è il punto di vista di Francesca Woodman. Lei punta l’obiettivo verso di sé come soggetto in continua trasformazione, raccontando i conflitti, le paure e le insicurezze che comportano il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Nei suoi lavori intreccia movimento, riflessi di luce e geometrie; una continua “smagnetizzazione” e ricostruzione della propria immagine.

Una visione ancora più innovativa dell’autoritratto è data da Cristina Nunez, che individua in questa tecnica un efficace metodo terapeutico: un mezzo che, oltre a facilitare la conoscenza e l’analisi di sé, è indispensabile per migliorare il rapporto con la propria immagine e con gli altri. Da un punto di vista funzionale, la Nunez intende questo processo come “una scelta consapevole di sottrarsi alla casualità della vita”. Lo scopo è di svelare le innumerevoli maschere che caratterizzano l’individuo. Una volta preso coscienza delle proprie vite parallele, la persona è in grado di mostrare la sua immagine agli altri e, a questo punto, affermare la propria esistenza nel mondo.

Grazie a lavori come questi possiamo, dunque, capire l’importanza dell’autoritratto, sia come ricerca personale sia come spinta verso il mondo. Solo guardando in faccia i propri mostri è possibile affrontarli.

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