“Non, rien de rien….” Con le note di Edith Piaf si conclude Paris Calligrammes e Edith Piaf è il fil rouge che lo collega a “Le regard de Charles”, secondo film proiettato giovedì nella sezione Art&Sound del Trieste Film Festival.

Perchè Edith Piaf dovrebbe essere il fil rouge, vi chiederete! Perchè proprio la Piaf regalò la prima cinepresa a Charles Aznavour.

Da lì lui cominciò a filmare tutto: i viaggi, la vita privata, i concerti, il ritorno in Armenia madrepatria mai vista fino ai 40 anni e tanto altro ancora.

A differenza delle canzoni, non ho mai svelato le mie immagini. Quando le vedrai tutta la mia vita si svolgerà di nuovo.

Qualche tempo prima della morte, Charles Aznavour ha voluto riprendere in mano quelle registrazioni raccolte nel corso degli anni e lavorarci su con Marc di Domenico che firma assieme a lui la regia di questo docu/film/testimonianza

Registrazioni che negli anni non aveva mai voluto rivedere, ma che sapeva che qualcuno prima o poi avrebbe visto.

Vedo nel presente

La voce fuori campo che guida lo spettatore durante tutto il film è proprio quella di Aznavour, adattata dagli scritti, dalle interviste e dalle sue note personali.

Una voce che racconta, insieme alle immagini in movimento una storia che A. non aveva mai raccontato in quel modo.

Poichè, come afferma, la cinepresa è quella che cattura al meglio il presente.

Se alcuni filmano per allontanarsi dalla realtà, lui lo faceva per avvicinarsi a quel grande mondo, del quale a un certo punto dirà  “Sento che il grande mondo mi sarà amico

Se molti nel mondo lo hanno visto sopra e sotto un palcoscenico, nelle interviste o in qualche posto nel mondo, anche Aznavour ha guardato le persone.

Proprio attraverso la cinepresa e uno sguardo semplice, lineare, empatico e fedele. 

Senza tema di smentita, chi scrive crede che questo sia uno dei regali più grandi che un artista possa fare non solo al suo pubblico ma al mondo intero.

E’ il vostro sguardo che ha fatto Aznavour

Colori, luoghi, visi di bambini, persone al lavoro, le immagini di Azanavour sono anche un ode alla quotidianità.

La quotidianità di un amore che arriva e poi se ne va. Una grande sorpresa e un grande dolore come la perdita di un figlio. Il grande amore della vita. Gli inizi e il successo che comincia a delinearsi. Il concerto alla Carnagie Hall. I viaggi rivelatori, in Giappone e, come già accennavo, quello in Armenia, dove finalmente abbraccia per la prima volta sua nonna.

Siamo tutti piccoli qualcosa. tutti hanno combattuto dei pregiudizi sul loro fisico o sul colore della loro pelle

Un presente di immagini di Erevan che si mescola con il passato da figlio di emigranti armeni, di famiglia metà turca e metà georgiana.

I genitori sono armeni della diaspora ma non hanno mai visto quella terra e in Armenia ciò che filma è proprio la sua storia. 

Questo gli offre l’opportunità di raccontare qualcosa di più della sua famiglia: armeni ed ebrei fondamentalmente sono due popoli che si riconoscono e proprio i genitori di Charles  nascosero alcuni ebrei durante l’occupazione di Parigi

perchè bisogna tendere la mano sempre, ovunque, in ogni circostanza

Un passato di prese in giro e di pregiudizi nei suoi confronti di cui non sembra essersi mai dimenticato.

Io esisto. Mi filmo e quindi sono

Da elemento esterno delle riprese, con il crescente successo, diventa sempre più presente. Non per egocentrismo ma per testimonianza di esserci, ancora incredulo della strada che aveva compiuto e di dove lo aveva portato.

Oggi siete qui, dietro la mia spalla.Non c’è più divisione. Non c’è più una linea tra noi. i nostri sguardi si fondono.

Qualche anno fa era uscita la notizia di un concerto di Aznavour in zona , a cui non sarei potuta andare per altri impegni. Il concerto è stato poi annullato e io ho sempre confidato ci potesse essere una seconda occasione, che ovviamente poi non c’è stata.

Le regard de Charles mi ha permesso di trovare un po’ di sollievo dal dispiacere di non averlo mai potuto ascoltare dal vivo.

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