Le Variazioni Goldberg sono al Teatro Stabile Sloveno di Trieste fino al 23 marzo, e non si parla di Bach ma del capolavoro di George Tabori diretto dal regista sloveno Robert Waltl.

Se avete pensato alla celeberrima opera di Bach, banco di prova per i più grandi pianisti e croce e delizia degli studenti di conservatorio, siete inciampati nella voluta ambiguità su cui gioca il titolo di una delle opere più famose del drammaturgo ungherese George Tabori.

Ottima idea di partenza quella di inciampare, perché il testo di Tabori è una capriola nelle Sacre Scritture accelerata da una pungente ironia yiddish.

Le Variazioni Goldberg scritte nel 1991 sono state messe in scena raramente (in Italia per la prima volta solo qualche anno fa). Ingmar Bergman, cosciente della forza provocatoria di questo testo, lo fece a Stoccolma nel 1994 mescolando per l’accompagnamento Bach all’hard rock.

Goldberg e Mr Jay

Gerusalemme, interno di un teatro. Il regista Mr Jay ha sette giorni a disposizione per mettere in scena uno spettacolo sul Vecchio e Nuovo Testamento. Da subito è chiaro che l’impresa sarà tutt’altro che semplice. Mr Jay è capriccioso e insoddisfatto, il suo assistente Goldberg (un ebreo sopravvissuto all’Olocausto) messo sotto pressione dalle pretese del regista è sul punto di esplodere e la compagnia di attori è decisamente sgangherata. L’esito delle prove a pochi minuti dall’inizio della prima non è incoraggiante ma Goldberg prende in mano la situazione, congeda Mr Jay, e decide di debuttare ugualmente.

Il conflitto tra i due protagonisti Mr Jay (J di Jahvè) e Goldberg è il perno del testo. Esso si declina, come nelle variazioni, in diversi binomi: dio e uomo, padre e figlio, vittima e carnefice, antisemitismo e ebraismo.

Le Variazioni Goldberg è un esempio di mise en abyme ben riuscito. Gli episodi biblici vengono visceralmente de-strutturati per essere messi in scena nella produzione di Mr Jay, che è quella di Tabori, con una conseguente dissacrazione (nel vero senso della parola) che solletica il pubblico su più livelli.

Il teatro come metafora del mondo

La scelta del regista Robert Waltl è coraggiosa perché, come accennato e come ci dice lui stesso nelle note di regia, in pochi si sono cimentati nel mettere in scena Le Variazioni Goldberg. Ed è allo stesso tempo una scelta necessaria considerata la sua tensione verso un “teatro come metafora del mondo”.

La regia di Waltl è visionaria, fisica e deliberatamente kitsch. Prende in prestito la comicità dei Monty Python elaborandola in scene corali ben riuscite e l’umorismo di Woody Allen per i dialoghi più cerebrali tra Mr Jay (Vladimir Jurc) e Goldberg (Tadej Pišek), che però non sempre riescono a sostenere il peso di un testo in alcune parti innegabilmente impegnativo. Tutti gli interpreti danno il massimo recitando bene chi recita sopra le righe e cantando e ballando nei diversi momenti di puro show.

Tra di loro particolarmente apprezzato Primož Forte, tecnico e generoso, capace di donare qualcosa in più ai vari personaggi da lui interpretati durante lo spettacolo.

Ma il plauso va a Nikla Petruška Panizon nei panni di Mrs Mopp, l’addetta alle pulizie del teatro. Sempre in scena, il personaggio si aggira a proprio agio schivando i disastri sul palco e rimediandovi metaforicamente con la propria scopa.

“Sembri l’unica persona vera qui dentro”

le dice più volte Mr Jay, e Mrs Mopp lo sembra davvero grazie alla piacevole interpretazione della Panizon.

La scenografia di Ben Cain e Tina Gverović è pop e multifunzionale, in linea con la regia, giocata sul contrasto tra il rosa dominante e tocchi di celeste. Si ha l’impressione di non essere tanto in un teatro quanto all’interno di un utero – e da qui al concetto di creazione il salto non è lungo.

Un testo e una produzione impegnativi, ma da cui affiora la gioia del teatro e della vita.

Le Variazioni Goldberg – Foto di Fabrizio Caperchi

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