Sabato sera al Teatro Miela di Trieste i ritmi sfrenati e giocosi della patchanka hanno riportato indietro di trent’anni l’atmosfera della serata.

Siamo alla fine degli anni Ottanta, a Parigi, sì, ma intendiamoci, non quella romantica dei caffè e dei bistrot: parliamo dell’altro lato della Senna, delle banlieues e dei ghetti in cui brulica un caos multiculturale poco incline a buoni propositi come il rispetto e l’ educazione.

L’ambientazione potrebbe essere la stessa del film “L’odio” con Vincent Cassel e diretto da Mathieu Kassovitz, per capirci. Sono stati Les Négresses Vertes a invitarci a compiere questo salto nel tempo e nello spazio, celebrando sul palco del piccolo teatro vicino al porto vecchio i trent’anni dalla pubblicazione del loro primo album “Mlah” (dall’arabo “Tutto bene”) nel 1988.

L’immediato successo di Mlah è solo il riflesso di un pubblico già sedotto dalle esibizioni delle “Negre Verdi” negli androni dei condomini, sui marciapiedi, nelle stazioni della metropolitana di Parigi…

Nove tipacci squattrinati e con un paio di vizi di troppo, tutti figli di immigrati, la maggior parte di loro algerini. Tutti autodidatti e alle prime esperienze con lo strumento di competenza. Decidono di formare una band, più simile ad una gang o ad una tribù, e di chiamarsi “Le negre verdi”, proprio come li hanno chiamati poliziotti che li hanno sbattuti fuori dal club parigino di rue du L’Orque, dopo aver scatenato una rissa.

Ci sono chitarre zigane, trombone, percussioni africane, fisarmonica, fiati, corni… Ma soprattutto c’è Helno. Voce roca, ghigno sinistro, denti storti, il tutto incorniciato da gilet e cravatta, Helno è il portavoce di tutti i reietti delle banlieues. Al tempo stesso ne rappresenta la versione più poetica: è lui a incarnare l’anima de Les Négresses Vertes in cui la musica andalusa e nord—africana si mescolano al valzer, la polka e il flamenco, celebrando e rivendicando la vera identità di una nazione multietnica.

Ma il 22 gennaio del 1993 Helno viene ritrovato morto nel suo letto per un’overdose di eroina. Era una stella cadente: con il suo breve passaggio ha illuminato il cielo di tutta Parigi, anche quello dei suoi ghetti, ma poi ha lasciato tutti al buio, figuriamoci la sua band. Gli altri membri del gruppo continueranno a produrre nuovi album, collaborando anche con personaggi del calibro di Howie B, con risultati eccellenti, fino al provvisorio scioglimento della band nel 2001.

Ma sabato 15 febbraio era una delle tappe del tour celebrativo dei trent’anni di Mlah, album i cui i testi scritti da Helno sono difficili da pensare separatamente dalla sua voce roca da fumatore incallito.

Per questo motivo all’inizio ho sentito molta nostalgia durante il concerto. Soprattutto quando hanno suonato Zobi la mouche (Zobi, la mosca), il brano di maggior successo di Mlah. Ma poi mi sono lasciata trasportare dalla fisarmonica di Mathieu Canavese che ha aperto La Valse e sono riuscita a godermi anche le schitarrate gitane di Melino, e la tromba di Abraham Sirinix. Il gruppo è ancora molto affiatato e sembra un’enorme famiglia.

Mi sono immersa in quel caos che è la patchanka delle Negre Verdi in cui la follia sembra essere l’ingrediente segreto per far andare d’accordo la musica andalusa e il valzer, la polka e la musica africana, senza dimenticare un pizzico di punk, eredità forse della perla perduta delle banlieues.

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Collaboratrice , La Nouvelle Vague Magazine
Neolaureata a Ca’ Foscari in Lingue e letterature europee, americane e postcoloniali, nutre una passione per tutto ciò che sfida i confini dell’immaginazione e sovverte il concetto di realtà. Affetta da un disturbo ossessivo compulsivo che le fa leggere tutto ciò che le passa per le mani, ama in particolar modo la letteratura ispano-americana, in cui sogna di precipitare, realizzando un lungo e memorabile viaggio attraverso i paesi dell’America Latina.
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