Un appuntamento imperdibile, quello degli scorsi giorni al Teatro Rossetti di Trieste: Dracula.
Il nuovo allestimento del celebre romanzo di Bram Stoker del 1897, di cui famose sono le trasposizioni cinematografiche, gode dell’adattamento a cura di Carla Cavalluzzi e Sergio Rubini.

Un viaggio notturno verso l’ignoto. Fra lupi che ululano, densi banchi di nebbia e croci ai bordi delle strade. Ma non solo: anche un viaggio interiore, che il giovane procuratore londinese Jonathan Harker è costretto a intraprendere per concludere gli affari di un nobile della Transilvania, il conte Dracula.

Uno spettacolo imperdibile

Uno spettacolo imperdibile non solo per i due nomi in locandina, il già citato Rubini e Luigi Lo Cascio, due tra i registi e gli interpreti di più alto livello in Italia, ma per la straordinaria qualità del lavoro portato in scena.

Merito anche, e preme sottolinearlo visto che non accade spesso nel fare teatro moderno, del lavoro minimale ma preciso e attento di un regista che prima di tutto è un attore: elemento che sposta l’asse della narrazione e delle interpretazioni.

Dalla scelta del cast, di livello altrettanto alto, alla costruzione dei personaggi, di tutto ciò che concerne l’ambito tecnico: dalla fonica alla scenografia, minimal ma versatile, che riproduce appieno l’ambientazione dark e gotica del romanzo.

Un applauso va quindi all’intero team creativo: Gregorio Botta (scena) e Chiara Aversano (costumi).

Un applauso anche e soprattutto a Giuseppe Vadalà, per le musiche originali create appositamente per lo spettacolo insieme a G.U.P. Alcaro (progetto sonoro).

Apporto sonoro che insieme all’impianto di luci di Tommaso Toscano ha reso perfettamente, per le due sere in cui è andato in scena, il Teatro Rossetti una moderna Transilvania.

Una lezione di teatro

Lo stesso Rubini, oltre a curare l’adattamento e la regia, è anche in scena nei panni del dottor Van Helsing, chiamato a cercare una risposta e un nome ai particolari disturbi di Mina, moglie di Jonathan Harker.

Al di là della trama,  già debitamente conosciuta, uno dei tanti punti di forza di questo allestimento è la narrazione.

Una narrazione che punta sulle emozioni e sul pieno coinvolgimento dello spettatore in ciò che avviene, a partire dal senso di disagio e di inquietudine di Harker che persiste lungo tutto lo spettacolo.

Gli spettatori si ritrovano davanti a un Harker che tratteggia il proprio viaggio in Transilvania, un’avventura che appare da subito abbia avuto effetti traumatici.

Trauma che Harker cerca di elaborare attraverso la scrittura, o meglio, la stesura di un diario.

Diario che sarà l’unica testimonianza di fatti e dell’esistenza di una creatura fino a quel momento

frutto di traduzioni, superstizioni e suggestioni letterarie

come affermato dallo stesso Van Helsing.

Risulta di profilo più basso, pur essendo l’anima della narrazione, Mina, tratteggiata delicatamente, a volte anche troppo, da Alice Bertini.

La Bertini emerge soltanto nei momenti di follia estrema, scaturiti dal primo incontro di Mina con il Conte che avviene in concomitanza del ripetersi di episodi di sonnambulismo di cui la giovane donna aveva sofferto in precedenza.

A causa del malessere della donna, Harker sarà costretto a fare i conti col suo passato.

Un passato che ha documentato ma che avrebbe voluto rimuovere, e che lo porterà, insieme a Van Helsing e al direttore dell’Ospedale Psichiatrico in cui viene ricoverata Mina (Roberto Salemi), alla caccia del Conte Dracula.

Standing ovation, in uno spettacolo che dovrebbe essere portato da esempio nelle lezioni riguardanti il teatro, per Lorenzo Lavia (uno dei pazienti psichiatrici) e per Geno Diana, che interpreta in slovacco il Conte.

L’immagine di copertina è di Filippo Manzini

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