L’improvvisazione domina Teatro Kopò

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di Matteo Lucchi

In scena al Teatro Kopò dal 9 all’11 maggio e al Teatro Pamphilj dal 24 maggio, Dario Aggioli, Guglielmo Favilla e la compagnia teatrale “Teatro Forsennato” sono i protagonisti di “Gli ebrei sono matti”, una tragicommedia scritta dallo stesso Aggioli, vincitrice dei premi “Giovani Realtà del Teatro 2011” e “Festival Anteprima 89 – edizione 2012” e di una Menzione Speciale al Premio TUTTOTEATRO.COM. Lo spettacolo è dedicato alla memoria di Ferruccio Di Cori, psichiatra e scrittore ebreo costretto a fuggire negli Stati Uniti per salvarsi dalla persecuzione nazifascista e maestro di Dario Aggioli.
Punto forte della rappresentazione è la capacità recitativa degli attori. Con una scenografia ed un uso delle luci minimaliste, i due puntano tutto sulla loro capacità di improvvisazione, infatti, pur partendo da un canovaccio e da alcune frasi prestabilite, lo spettacolo può variare a seconda dei gusti degli attori. Ogni sera, quindi, si assisterà ad una rappresentazione diversa.

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Scopo, ben riuscito, dello spettacolo è raccontare con un tocco di ironia la tragedia delle leggi razziali del ventennio fascista, portando in scena due personaggi romanzati alle prese con episodi realmente accaduti.
Molte volte, infatti, ebrei ed oppositori del regime, per sfuggire alla persecuzione, furono mischiati agli ospiti di istituti di igiene mentale.

Durante il ventennio fascista, Enrico viene ricoverato in una clinica vicino Torino, lontano dai suoi cari, dalla sua città e dai discorsi del Duce, da lui tanto amati e con la sola compagnia delle maschere del padre.
Ferruccio, ebreo livornese, laureato a Roma e costretto a fuggire per l’ennesima volta, viene ricoverato in un manicomio vicino al confine sotto un altro nome: Angelo. Il professore che dirige la casa di cura, per insegnargli a comportarsi come un malato di mente, lo mette in stanza con Enrico, uno dei più innocui tra i degenti.

Sebbene nello spettacolo venga accentuato l’autismo di cui soffre Enrico, Aggioli rivela che nello studio del personaggio non è stata data particolare importanza al lato psicologico, preferendo lavorare << sui dettagli che narrano la storia. Ho semplicemente fatto in modo di raccontare la vicenda usando il corpo, esasperando la scena con movimenti malati >> ottenuti grazie alla semplice combinazioni di più gesti contemporaneamente.
Scopo di Favilla, e del suo personaggio Ferruccio, è stare al passo di questi movimenti, cercando di imitarli per poter passare anche lui per pazzo, dando vita ad un vero e proprio metateatro.
Lavoro non facile se si pensa che ogni sera la gestualità di Aggioli potrebbe cambiare ma in cui, nonostante la difficoltà, Favilla riesce appieno. Sebbene inizialmente potrebbe trarre in inganno il suo comportamento sul palcoscenico, facendo pensare ad un attore non capace, basta solo qualche minuto per accorgersi che la realtà è ben differente. Il compito di Favilla è infatti quello di recitare bene un ebreo che, a causa della sua sanità mentale, recita male la parte del matto.

Unendosi in “Gli Ebrei sono matti”, Aggioli e Favilla portano in scena uno spettacolo originale che, grazie all’affiatamento tra i due, riesce nella titanica impresa di ironizzare su una tragedia avvenuta solo 70 anni fa.

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