L’uomo nasce nudo e tutto il resto è travestimento

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L’uomo nasce nudo e tutto il resto è travestimento

Quando l’ironia ci salva dall’omofobia

 

Promette bene già dal titolo lo spettacolo che Dragqueenmania propone nella rassegna I solisti del teatro ai Giardini della Filarmonica, curata da Carmen Pignataro e dal suo staff: GRAN VARIETÀ! 
PROVE GENERALI IN SALSA…DRAG.

La scena è acconciata come una scuola, banchi e sedie, ma anche come una costumeria o forse come un laboratorio di trucco, non è importante capire dove siamo. Siamo in un luogo che contiene in sé l’idea di trasformazione, di poliedricità.

Tutte le interpreti, fatta eccezione per La Karl Du Pigné che ha il suo “luogo deputato” da padrona di casa della serata, si alzano, si muovono, escono ed entrano per cambiare parrucche e abiti ora squisitamente sexy, ora dannatamente ironici, a volte eccessivamente essenziali. Ma non importa, l’eccesso è bello poiché è parte dello spettacolo.

C’è una differenza sostanziale fra l’idea di Drag Queen italiana e angloamericana. Gli inlgesi e gli americani sembrano ricercare un ideale di perfezione anche nell’eccesso: tutto deve essere al posto giusto, tutto deve sembrare perfettamente equilibrato nella sua esagerazione.

Da noi è rimasta una tradizione più libera, più scanzonata, che affonda probabilmente le sue radici nel mondo dell’avanspettacolo e del varietà: gli unici mondi in cui, all’epoca, era possibile pensare un travestimento e una “inversione” del modello sessuale.

Ce lo ricorda Andrea Pini nel suo libro “Quando eravamo froci” in cui descrive una realtà spesso tutt’altro che gaia, che però trovava fra le quinte e nei camerini una via d’uscita più o meno lecita. Così l’effetto che si ottiene è quello di una imperfezione estetica, ma di una genuinità umana e soprattutto di un divertimento più sincero.

Un’allegra combriccola di artisti ha animato la serata, di fatto con la scusa di una prova generale, che in effetti colmava una scarsa coerenza drammaturgica (anche questo è in comune con l’avanspettacolo) fra i numeri, alternati a scambi estemporanei di battute sul palco e con la platea sempre più piccanti.

Così Caramella Drag ha fatto esplodere il suo talento e la sua ironia sulle note di Rettore e della Carrà, Marilyn Bordeaux è stata una Orietta Berti da scompisciare, Chantal Cheri ha ballato da far perdere la testa e le tre faux queen Trudi Strudel, Michelle Vegany Starbright, Jessicah Boom Boom hanno saputo tenere testa a tutto questo, con simpatia e caparbietà, soprattutto nel numero delle Sorelle Bandiera.

Un paio di momenti più riflessivi – sembrerebbero una costante nella mente creativa de La Karl autrice e non guastano, in effetti, l’effetto generale, ma lo rendono più profondo – hanno messo una pausa alla prorompente vitalità di uno spettacolo perfettibile, ma assai gustoso.

Oggi i tempi sono cambiati e il mondo drag può uscire fuori da un ghetto macchiettistico cui spesso è stato relegato aspirando ad un protagonismo non solo nello spettacolo ma anche nella società. Oggi i tempi dovrebbero essere cambiati, ma la rivendicazione e il ricordo a Stonewall e alle peripezie del movimento gay con cui La Karl ha concluso lo spettacolo ci fa pensare che non tutto lo è e certamente non tutto in meglio.

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