Negli ultimi dieci anni, il lavoro di Marco Augusto Chenevier, coreografo e performer valdostano, residente a Parigi, si è focalizzato sulla rottura delle convenzioni teatrali e sul ruolo dello spettatore in rapporto alla fisicità della singola azione scenica.

Anche la nuova creazione Confinati dal Paradiso – che ha debuttato in questi giorni alle Fonderie Limone di Moncalieri, ospite di Torinodanza 2020 – inizialmente avrebbe previsto l’utilizzo del linguaggio del gioco di società per “smontare” uno spettacolo di danza.  

In  un cubo, arredo scenico che aveva contraddistinto il lavoro  precedente (Purgatorio, ovvero aspettando il Paradiso, ndr.), i danzatori Marco Augusto Chenevier, Théo Pendle, Alessia Pinto ed Elena Pisu sono fisicamente imprigionati, senza via d’uscita, in una condizione di reale isolamento. La sfida è quella di farsi strada verso la luce, per incontrare l’altro in un altro tempo e in un luogo “altro” che possa chiamarsi ancora Paradiso.

Lo spettacolo si è poi scontrato con le difficoltà legate al lockdown e, in generale, all’emergenza sanitaria; è lo stesso coreografo, che firma la drammaturgia dello spettacolo con Enrico Pastore, a spiegarne la tormentata gestazione:

«Stavamo lavorando al Paradiso. Iniziavamo ad immaginare una scena aperta, in cui pubblico e danzatori potessero incontrarsi in una luminosa condivisione, al termine di un percorso iniziatico. Avevamo immaginato un viaggio fatto di rinunce e trasformazioni, in un parallelo con l’ascesa/discesa dantesca all’Empireo. Oggi, tutto deve, invece,  restare sospeso, come una parola mozzata. Abbiamo, dunque, colto l’occasione per andare oltre a una forma alla quale siamo abituati. Per me è stato come ritornare alla creazione di immagini».

Questo cubo trasparente sarebbe più adatto per azioni all’aperto o sul palcoscenico?

In questo caso, sul palcoscenico. Si gioca proprio sull’accumulazione di trasparenze negli spazi creati dalle pareti riflettenti all’interno di questo cubo, grazie all’utilizzo di luci e costumi particolari.

La musica in questo spettacolo rappresenta un elemento di rottura con il tempo presente?

Questo è un lavoro molto emotivo. Sono state utilizzate le musiche dei Godspeed You! Black Emperor, gruppo di post-rock canadese, che un po’ per caso ha creato la prima connessione sulla scena finale (che è stata, in realtà, la prima a essere creata). Poi ci siamo innamorati dei loro pezzi, che si sposano perfettamente con i climax creati nelle scene dello spettacolo, sia nel movimento, ma soprattutto a livello emotivo.

Da cinque anni sei anche direttore artistico di T*Danse – Danse et Technologie – Festival Internazionale della Nuova Danza di Aosta. Come si inserisce questo ruolo nel tuo percorso artistico?

Io sono nato in Valle d’Aosta e l’ho lasciata a 18 anni, però ho sempre voluto portare qualcosa nella mia terra natale, che offre poco a livello di linguaggi artistici contemporanei. Cinque anni fa, con Francesca Fini, abbiamo dato il via all’organizzazione di questa rassegna che coniuga la danza e le nuove tecnologie e sarà di nuovo in scena ad Aosta dal 19 ottobre al 1° novembre.

Mi sono reso conto che il teatro contemporaneo, negli ultimi trent’anni, tende a essere autoreferenziale; l’estremo opposto, invece, è il teatro commerciale: io ho sempre cercato di collocarmi nel mezzo, così da essere accessibile, ma al tempo stesso offrire un solido background intellettuale. Il teatro e la danza contemporanea sono complessi e hanno quindi bisogno di una serie di attenzioni per fare in modo che i cittadini partecipino all’evento spettacolare.

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