“Nonna mi racconti una fiaba?”

“ Venite piccoli , vi racconto la vita.” : Massimo Cusato ci presenta Paolina.

 

Domenica 26 Gennaio 2014 alle ore 16.30

Centrale Preneste Teatro

Via Alberto da Giussano, 58 – Roma

Teatro dei Dis-Occupati

presenta

Paolina

Scritto diretto e interpretato da Massimo Cusato

 

Il Centrale Preneste Teatro di Roma ospita una nuova ed interessante produzione teatrale che racconta ai più piccoli come essere “grandi”. Paolina è letteratura, poesia, tradizioni popolari che si intrecciano in questo monologo interessante che coinvolgerà piccoli e meno giovani.

Abbiamo avuto il piacere di intervistare Massimo Cusato, autore ed interprete dello spettacolo.

Lasciatevi contagiare dal suo entusiasmo!

Massimo Cusato e il Teatro dei Dis – occupati. Ci vuoi raccontare qualcosa di voi?

Era la fine del 2009 quando mia moglie Monica e io abbiamo pensato che era il momento di voltare pagina. Lavoravamo insieme già da 5 anni. Ma qualcosa con i vecchi compagni di lavoro stava venendo a mancare. Stava morendo. Sempre nel 2009 qualcosa però era nato: nostro figlio Andrea. Così ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fondato la Compagnia Teatro dei Dis-occupati. Forti delle esperienze e degli studi fatti eravamo certi di riuscire a portare avanti il nostro lavoro di attori e insegnanti. A dispetto del nome scelto – abbiamo lavorato molto  e continuiamo fortunatamente a farlo. Ma quel nome ci sembrava appropriato, visto il momento storico. Inoltre per continuare a fare spettacoli dovevamo essere necessariamente, diversamente occupati. Nostro figlio Andrea non ha mai ostacolato in alcun modo il nostro lavoro. Veniva con noi quando insegnavamo. Seguiva le nostre prove dal suo lettino, curioso, divertito, assopito. Il primo lavoro “Sotto Chiave” ispirato a un testo di J.R.Wilcock è nato sotto i suoi occhi. Proviamo da sempre nel nostro monolocale. E lui era lì, primo spettatore di questo lavoro che ha vinto il Premio Internazionale Arte Laguna – sezione performance a Venezia e il Premio Cantieri Opera Prima a Roma. Poi altri tre spettacoli: “FaRe Mi FaVoLaRe” uno spettacolo di fiabe dal mondo che nasceva dalle esperienze di viaggio fatte con la precedente compagnia in Brasile, Africa e l’isola di Bali. Poi “Rebecca” scritto dal nostro amico e mio compagno d’Accademia, Marco Andreoli. Un monologo tratto da “L’uomo che scambiò suo moglie per un cappello” di O. Sacks,  diretto e interpretato da Monica. Infine, nello stesso periodo, io lavoravo al mio monologo “Paolina”. Ora abbiamo in cantiere due spettacoli: uno per i più piccoli, incentrato sulla storia di 5 quadri di pittori famosi,  e uno per gli adulti: un omaggio al cinema muto. Ma non abbiamo idea di quando e dove debutteremo.

 

Troviamo davvero un po’ di tutto nel tuo spettacolo: letteratura, fiabe, tradizioni e contemporaneità. Perché questa scelta?

Era il 1998. Ero entrato da poco all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico. Dopo due anni di Giurisprudenza e due anni alla facoltà di Lettere avevo trovato la forza di seguire la mia strada. Feci il provino senza dire nulla ai miei genitori e andò bene. Raccoglievo già da qualche tempo i detti popolari pugliesi di mia nonna e nel Gennaio del 1998 registrai le fiabe che lei mi raccontava quando ero piccolo. Sono cresciuto con le sue fiabe. Alle medie divorai le “Fiabe Italiane” raccolte da Calvino, che nella prefazione scriveva: “In tutto questo mi facevo forte del proverbio toscano caro al Nerucci: “La novella nun è bella, se sopra nun ci si rapella”, la novella vale per quel che su di essa tesse e ritesse ogni volta chi la racconta, per quel tanto di nuovo che ci s’aggiunge passando di bocca in bocca”. Alle superiori e alla facoltà di Lettere rimasi affascinato dal Decameron. Ho sempre amato le tradizioni, i racconti. Sono cresciuto con le fiabe di mia nonna e tutto ciò che è legato al passato, alle usanze di un tempo, scatena in me una curiosità smodata. Pochi giorni fa mi sono trattenuto per un’ora con la mia vicina di casa che mi raccontava di come era il nostro quartiere sessanta anni prima. Ero andato da lei per sostituirle una lampadina.

Viene richiesta dagli spettatori un’interazione molto particolare. Come nasce l’idea delle foto da lasciare a Paolina?

L’idea è nata lavorando sulla fiaba di “Mastro Francesco”, che si trova sotto varie forme anche in altre regioni italiane (Calvino ne trascrive una simile col nome “Gesù e San Pietro in Sicilia”). Il protagonista della storia, Mastro Francesco, dopo aver ricevuto delle grazie per aver ospitato e dato da mangiare a Gesù e i sui discepoli, riesce ad allontanare la Morte da sé per tre volte. Alla fine deve seguirla. Arrivano alle porte dell’Inferno ed è lì che Mastro Francesco comincia a sentire le voci di amici e parenti che lo chiamano. Le foto portate a Paolina diventano così i personaggi dannati di questa fiaba, che Francesco porterà con sé in Paradiso, dove riuscirà a entrare nonostante San Pietro non voglia permetterglielo.

Ma chi è Paolina? Perché scegli di raccontare la storia di una donna? Tu sei un interprete maschile e questa scelta mi ha incuriosita molto.

Paolina è mia nonna. Una donna del Sud, nata a San Ferdinando di Puglia nel 1914. Sua madre, la mia bisnonna Livia le raccontava queste fiabe. E non solo a lei, stando a quanto mi hanno detto. Riuniva intorno a sé i bambini di San Ferdinando e cominciava a raccontare. Ma erano altri tempi. Non c’era la televisione. Nel 1972 mia nonna divorziò da mio nonno e per questo stava molto tempo con noi. Da piccolo quando era ora di andare a dormire, dopo il Carosello, correvo a prendere ragni e topini di gomma. Li infilavo nel letto accanto al mio, dove avrebbe dormito lei. E aspettavo che venisse a coricarsi. Aspettavo il suo spavento per quelle “schifezze”, ma ancora di più aspettavo le sue fiabe. Dal 1998 anno in cui registro mia nonna che mi racconta le fiabe, cercavo un pretesto, un modo per metterle in scena. A un mese dalla nascita di nostro figlio Andrea ho sognato lo spettacolo. Paolina, sapendo della nascita del suo primo pronipote, chiede a Dio il permesso di scendere sulla terra per raccontare le sue favole. Ottiene il permesso e torna così dal Purgatorio e attraverso di me può incontrare Andrea, raccontargli di lei e delle sue storie, farlo addormentare, prima di tornare nell’aldilà. Raccontare la sua storia, la storia di una donna comune ma che sapeva incantarmi con le sue favole è un omaggio a lei e a tutti coloro che sanno fare altrettanto. E non parlo dei grandi affabulatori del teatro, che stimo e ammiro, ma di quelle persone, genitori, nonni, che riescono a trovare il tempo di stare con i propri figli e nipoti con un libro e un po’ di fantasia.

 

Una domanda di rito: cosa rappresenta, secondo te, il teatro dedicato ai più piccoli?

Dal 2005 mia moglie e io lavoriamo con i bambini; facciamo laboratori di teatro nelle scuole e produciamo spettacoli indirizzati a loro. Non lo facciamo per convincerli a diventare degli attori ma semplicemente perché vorremmo che, crescendo, conservassero quella parte di ingenuità, di fantasia e di spontaneità che spesso perdono diventando adulti. Come scrive Gigi Proietti nel suo ultimo libro: “Ricordo che quel mio metodo di recitazione … conquistò una fetta di pubblico nella quale io ho sempre creduto molto: i bambini. Quando si scrive per loro si tende sempre ad abbassare il livello, a trattarli come stupidi. E invece non bisogna mai dimenticarsi che sono persone in miniatura. Sono disponibili ad accettare tutte le follie che gli racconti, ma solo a patto che tutto torni, che tutto abbia una sua logica. Davanti a un’incongruenza, a un dettaglio senza senso, l’adulto arriccia il naso, ma spesso lascia correre e va avanti. I bambini, invece, interrompono il narratore e pretendono spiegazioni, lo subissano di perché. Peccato che crescano…”. Condivido le sue parole. Credo che i bambini hanno molto da insegnare. Andrea, che ormai a quasi 5 anni, ci stupisce ogni giorno. Impariamo reciprocamente cose nuove, noi dalla sua forza e dalla sua voglia di vivere, lui dalla nostra esperienza. Come direbbe Paolina. “Forze de giòvene e cunziglie de vecchie”.

 

Author Details
Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere il piacere di capire la voglia di comunicare. – Bruno Munari – Insegnante di scuola dell’infanzia per passione, amo ripetermi che leggere fra le righe dell’arte sia una forma di comunicazione privilegiata della quale i bambini sono i veri maestri. Laureata in Scienze dell’Educazione con una Tesi dedicata al confronto fra i modelli mass mediali in relazione alla multicultura e alla multireligiosità in una prospettiva interculturale, scelgo di perfezionarmi successivamente proprio in Educazione Interculturale, convinta che saper guardare sempre “oltre”, osservare attentamente e ascoltare con curiosità, siano una buona chiave di lettura per stare al passo con questo mondo che non si ferma mai, proprio come i bambini ai quali dedico il mio lavoro. Proprio come l’Arte, alla quale dedico il mio entusiasmo.
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Conservare lo spirito dell’infanzia dentro di sé per tutta la vita vuol dire conservare la curiosità di conoscere il piacere di capire la voglia di comunicare. – Bruno Munari – Insegnante di scuola dell’infanzia per passione, amo ripetermi che leggere fra le righe dell’arte sia una forma di comunicazione privilegiata della quale i bambini sono i veri maestri. Laureata in Scienze dell’Educazione con una Tesi dedicata al confronto fra i modelli mass mediali in relazione alla multicultura e alla multireligiosità in una prospettiva interculturale, scelgo di perfezionarmi successivamente proprio in Educazione Interculturale, convinta che saper guardare sempre “oltre”, osservare attentamente e ascoltare con curiosità, siano una buona chiave di lettura per stare al passo con questo mondo che non si ferma mai, proprio come i bambini ai quali dedico il mio lavoro. Proprio come l’Arte, alla quale dedico il mio entusiasmo.

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